Ho visto “Fedra” da Seneca, con Laura Marinoni

Leggo di statistiche secondo le quali ci sarebbe un ritorno del pubblico in teatro. Tra l’altro non credo che lo Stabile torinese abbia mai conosciuto clamorose flessioni. Ma se la tendenza nazionale è questa (dati riferiti al primo semestre 2015) la ripresa del teatro in termini di sbigliettamento è dovuta sicuramente alla qualità delle produzioni. Come questa a cui ho assistito qualche sera fa alle Fonderie Limone di Moncalieri e che ha ormai concluso il suo ciclo di recite piemontesi. Con il mito di Fedra (anzi, Phaedra in questo caso) e quindi Minosse di cui era figlia, Teseo di cui era moglie e Ippolito di cui era matrigna si sono cimentati in molti. Euripide nel mondo greco, Seneca in quello latino, ma poi Racine nel Seicento francese e il nostro D’Annunzio librettista dell’opera di Ildebrando Pizzetti, senza contare i drammaturghi di epoca più vicina a noi. E poi tanto cinema, con Jules Dassin che nel 1962 ne fa una curiosa versione contemporanea con sua moglie Melina Mercouri protagonista e le musiche di Mikis Theodorakis. Tutto questo per dire che il tema dell’amore cieco, furioso, impossibile, folle che Fedra impersona non è mai tramontato.
Fedra ha sposato il re di Atene, Teseo, che aveva già un figlio, Ippolito, dal matrimonio con la regina delle amazzoni. Follemente innamorata del figliastro, Fedra viene respinta perché Ippolito è totalmente votato alla caccia e alla vita nella natura. Artemide e non Afrodite è il suo riferimento. Fedra si vendica confessando a Teseo, di ritorno dagli Inferi, di essere stata molestata da Ippolito. Teseo, infuriato, invoca la maledizione sul figlio. Quando il corpo del figlio orribilmente straziato viene riportato a palazzo, Fedra gli confessa la sua terribile menzogna e si uccide. A Teseo non resta che ricomporre il corpo di Ippolito fatto a pezzi.
Questa, in soldoni, è la tragedia di Seneca. Ma il regista Andrea De Rosa la inserisce in una cornice fatta con estratti dall’Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca. E’ una cornice anche fisica perché la narrazione principale è inscritta dentro una gabbia, un luminoso cubo di vetro nel quale si compie il dramma. Al di fuori c’è un trespolo con uno ieratico personaggio in abito rosso di taglio maschile, una Dea: “Io sono Venere…Io sono Diana…Io sono Nessuno…”. Per quanto lo spettatore si concentri sulla tragedia che si dipana nella gabbia, una parte dello sguardo è attirato da questa parte. La Dea fuma, beve, sghignazza, mormora tra sé qualcosa di incomprensibile, simula il tuono e il vento, talvolta si muove sul proscenio e torna ad acciambellarsi sullo sgabello. A lei il compito di fornire un prologo, un commento, un esodo alla vicenda.
Chi pensa alla tragedia greca come a qualcosa di lungo e noioso è fuori strada.  Da anni ormai seguo meno la prosa, ma in passato ne sono stato un bulimico fruitore. Mai prima d’ora mi era capitato di vivere a teatro in così breve tempo un tale concentrato di emozioni (questo allestimento dura meno di una partita di calcio e avvince assai di più…). Ricordiamo allora gli artefici di questo eccellente adattamento. Detto del regista, Teseo è Luca Lazzareschi, Fedra è Laura Marinoni, la citata Dèa è la bravissima Anna Coppola, mentre il côté giovane è rappresentato da Fabrizio Falco (Ippolito) e da Tamara Balducci (una ragazza).  Scene e costumi sono di Simone Mannino, le luci di Pasquale Mari.
C’è da dire che l’occasione di rivedere in scena Laura Marinoni, che considero una delle più grandi attrici (non solo di teatro) italiane per me era davvero ghiotta. Tra l’altro è cantante finissima e ne dà prova anche in questo spettacolo. L’avevo lasciata al Carignano nel 2014 alle prese con Quartett di Heiner Müller con Valter Malosti, prima ancora dolorosa Petra von Kant in una versione per la regia di Antonio Latella (sembra ieri, ma era il 2006 al Teatro Astra!). Avevo perso invece nella primavera di quest’anno (e mi avrebbe intrigato molto) Amore ai tempi del colera, ‘operita musical per cantattrice e suonatori’ dall’imprescindibile romanzo di Gabriel García Márquez.
Non posso invece non ricordare che avevo conosciuto Laura Marinoni nel 1989 all’epoca della Trilogia del Teatro nel Teatro di Pirandello andata in scena consecutivamente al Carignano nell’arco di un mese. Una compagnia eccezionale: Mariano Rigillo, Ilaria Occhini, Vittorio Caprioli, Caterina Boratto… per non dire degli attori giovani Giovanni Crippa e Kaspar Capparoni. La regia era del mitico Giuseppe Patroni Griffi, i costumi della futura premio Oscar Gabriella Pescucci. Conservo con cura i quaderni degli spettacoli prodotti dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia nella collana allora diretta da Furio Bordon.
Laura Marinoni era già stella di prima grandezza. Affascinato dalla sua recitazione, l’avevo invitata in studio per dedicarle una lunga intervista televisiva quando dirigevo Quartarete e mi occupavo molto di teatro. Un vero peccato non aver conservato quei nastri…

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