Ho letto “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo

Il bastimento aveva smesso di rullare man mano che s’inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tindari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l’avevano squassato d’ogni parte.
Avevo cercato invano questo libro a Torino prima di partire per Cefalù. L’ho trovato invece in un’edicola di Patti, dove due fratelli molto gentili me l’hanno recuperato nel loro magazzino. Dovevo assolutamente leggerlo avendo a disposizione il quadro di Antonello da Messina da guardare in qualsiasi momento. E al museo Mandralisca, nella via omonima, sono andato in una sorta di pellegrinaggio culturale. Così lo descrive Vincenzo Consolo attraverso gli occhi di Enrico Pirajno barone di Mandralisca che portava da Lipari a Cefalù la tavoletta del ritratto recuperata da un riquadro dello stipo della bottega dello speziale Carnevale: Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che sa molto e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso.
L’ignoto marinaio che descrive il Mandralisca è però un uomo in carne ed ossa, imbarcato su una speronara che trasporta tra piantine d’arance limoni mandarini bergamotti cedri e lumìe anche pignatte quartare lancelle giarre piatti lemmi e marafàte provenienti dalle fabbriche di Marina di Patti. E ancora quattro grosse statue consolari togate, allineate in cima alla prora e guardanti avanti come capitani, una con testa e tre decapitate perché il barone è un grande collezionista e ciò che vediamo oggi al Museo di Cefalù è il frutto delle sue appassionate ricerche. Ho dimenticato di dire che è il 1852 e la Sicilia, come il resto d’Italia, inizia a vivere i fermenti rivoluzionari che porteranno all’Unità d’Italia. Il barone Mandralisca la sera del 27 ottobre di quell’anno dà un ricevimento per presentare il nuovo pezzo che si è aggiunto alla sua collezione. La cosa lascia esterrefatti i suoi invitati: “Come se fosse battesimo, che dico? sposalizio. Fare una festa per un pezzo di sportello di stipo comprato a Lipari dallo speziale, pittato, dice lui, da uno che si chiamava ‘Ntonello, di Messina!”.
Ma prima di congedarci dal quadro c’è ancora una descrizione del marinaio, questa volta ripresa direttamente dallo stipo esposto agli invitati: L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’età in cui la ragione uscita dalla giovinezza s’è fatta lama d’acciaio!
Enrico Pirajno è stato eclettico studioso e collezionista e ha lasciato le sue raccolte – opere d’arte, libri, monete, reperti archeologici, strumenti scientifici, raccolte malacologiche, ornitologiche e archivi – ai suoi concittadini. Anche attraverso documenti d’epoca, Consolo ne ricostruisce la figura, soprattutto la sua passione per la malacologia.
Lo studio del barone sembrava quello di sant’Agostino o un san Girolamo, confuso e divenuto un poco squinternato nell’affanno della ricerca della verità… Per tutte le pareti v’erano armadi colmi di libri nuovi e vecchi, codici, incunaboli, che da lì straripavano e invadevano, a pile e sparsi, la scrivania, le poltrone, il pavimento. Sopra gli armadi, con una zampa, due, sopra tasselli o rami, fissi nelle pose più bizzarre, occhio di vetro pazzo, uccelli impagliati di Sicilia, delle Eolie e di Malta…
Lo studio del barone, la cui descrizione si protrae per pagine, si presenta al visitatore ancora così oggi, è solo più ordinato.
Ma il Mandralisca fu anche fervente sostenitore degli ideali risorgimentali e dei moti rivoluzionari contro i Borboni di cui il cefaludese Salvatore Spinuzza, ‘moschettato’ in piazza il 14 marzo 1857, fu l’esponente principale. Una vicenda che merita approfondire e Vincenzo Consolo lo fa in queste pagine, mescolando abilmente storia – con pagine tratte dall’Archivio di Stato di Palermo – e fantasia. E si batte il Mandralisca, dopo i fatti di Alcàra Li Fusi (braccianti esasperati da condizioni di vita disperate ed esaltati dalla notizia dell’imminente arrivo dei garibaldini, assaltarono le case dei nobili trucidando numerose persone), per la riabilitazione dei colpevoli fucilati dagli stessi garibaldini e per la liberazione di quanti languivano in carcere.
Ma Il sorriso dell’ignoto marinaio è soprattutto un libro su Cefalù, come scriverà Consolo vent’anni dopo la pubblicazione del libro: la scoperta di una cittadina fortemente strutturata nel suo tessuto urbano, miracolosamente conservata nei fitti e significativi segni della sua storia: Cefalù, confine d’un oriente di natura e d’esistenza, di linguaggi formali e mitopoietici e porta d’un occidente di storia e di linguaggi logico-critici.

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Una risposta a Ho letto “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo

  1. Vincenzo Consolo e l’arte di dover scrivere di un’isola felice e maledetta
    Viaggio in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, paese natio del grande narratore italiano Vincenzo Consolo http://www.lavocedinewyork.com/travel/2017/07/30/vincenzo-consolo-e-larte-di-dover-scrivere-di-unisola-felice-e-maledetta/

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