La mia estate del ’66

Non volevo lasciar scadere questa estate senza raccontare il mio agosto di mezzo secolo fa, visto che ormai è diventata una moda scrivere delle estati passate, come ad esempio fa La Stampa con #estatedellavita. A me serve se non altro per mettere a fuoco certe immagini che rischiano ormai di sbiadire.
Era il 1966 e avevo 15 anni, come mostra l’immagine accanto, da giovinotto imberbe, estrapolata da una foto di gruppo scattata in occasione del battesimo di una cuginetta. Ad agosto, forse anche qualche giorno prima, ogni mattina mio padre mi chiudeva in cantina alle 8.30, passava a trovarmi due ore più tardi e poi mi liberava verso mezzogiorno. La cantina di casa era per un terzo dedicata al vino, ospitava damigiane, bottiglie e pintoni che mio padre riempiva con la luna giusta. Non mancavano mai la barbera di San Damiano d’Asti, la malvasia di Marmorito, il bianco dell’Elba. Per due terzi era invece attrezzata a officina, dove c’era tutto quello che potesse servire a “fare” o a riparare. C’era il tornio, il trapano a colonna, la mola e ogni tipo di utensile, perché mio padre sapeva fare tutto. Con suo grande disappunto aveva un figlio incapace di combinare qualcosa manualmente, tanto che quell’anno era stato rimandato di aggiustaggio. E di disegno.
L’anno 1965-66 all’ITI per l’Elettronica industriale, poi Peano, è rimasto come una macchia indelebile nel mio percorso scolastico. Così ogni mattina mi trovai a fare i conti con una morsa nuova di zecca montata sul bancone e con un kit di lime identico a quello che non avevo imparato a usare a scuola. Limavo, sgrossavo, riducevo, mettevo a squadra e a specchio profilati di ferro per almeno tre ore. Solo, senza neppure la compagnia di una radiolina. All’ora di pranzo la punizione terminava, mentre al pomeriggio dedicavo due ore al disegno tecnico, cercando di dare ordine e precisione alle tavole che durante l’anno forse avevo sottovalutato un po’. Ironia della sorte, quattro anni dopo, con il diploma in mano, il disegnatore sarebbe stato il primo mestiere della mia vita.
Ma mio padre teneva anche alla mia salute fisica (sono sempre stato gracilino) e allora dalla metà pomeriggio in avanti mi dava via libera per andare ad allenarmi. Era infatti accaduto che proprio in quell’anno mi ero scoperto discreto velocista e ai campionati d’istituto ero subito stato tesserato per il CS Fiat. Per contro mi aveva levato la fisarmonica e la possibilità di suonare con gli amici: troppe distrazioni avevo! Ho poi ricominciato a suonare dopo 35 anni.
Ovviamente passai agevolmente gli esami di riparazione e da quella volta feci sempre attenzione a mantenere il mio rendimento scolastico abbondantemente sopra la linea di pericolo. Altre strade avrei poi percorso, altre scelte di vita, altre estati foriere di importanti cambiamenti, ma il sudore di quell’agosto trascorso a faticare in cantina me lo ricordo ancora.

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Una risposta a La mia estate del ’66

  1. Mauro Marras scrive:

    Anch’io, ma qualche anno dopo, e all’Avogadro, fui rimandato di aggiustaggio. Per non darmi soltanto una materia, ci misero pure matematica. Andavo in una boita a passar di lima, con queste superfici che non venivano mai piane… e poi da un amico più grande, studente di ingegneria, a fare esercizi di matematica. Avevo anch’io 15 anni, ed era il 1973.

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