Ho visto “Genius” di Michael Grandage

Chi è il genio? Lo scrittore di grande talento oppure l’editor che lo ha scoperto? Il film di Michael Grandage indaga il rapporto tra Tom Wolfe e Max Perkins. Il loro incontro è avvenuto nel 1929 dopo che l’agente letterario della casa editrice Scribner’s Son aveva già scoperto e lanciato Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Il manoscritto di Wolfe gli era arrivato scritto in maniera disordinata e prolissa ma lo aveva letto senza staccarsene fino alla fine. L’aspirante scrittore si era presentato per riprendersi lo scritto e non si sarebbe proprio aspettato di uscire invece dalla casa editrice con una copia del contratto per la sua pubblicazione. Tra Perkins e Wolfe nasce così un sodalizio importante ma che porterà però solo alla pubblicazione di due libri. Poi Wolfe abbandonerà il suo mentore e la Scribner per prendere altre strade. Nei sei anni della loro collaborazione accade un po’ di tutto. La vita di Wolfe è molto sregolata. Ha una relazione turbolenta con Aline Bernstein, un’affascinante donna sposata ma di quasi vent’anni più vecchia che lui ama ma non chiederà mai il divorzio. Trova però requie nella calma della famiglia Perkins, dove diventa il beniamino delle cinque figlie. Per seguire il suo pupillo Max Perkins trascura i suoi assistiti più famosi, qui iconicamente rappresentati, Fitzgerald anche con Zelda e Hemingway con il suo pescato. Dopo il 1935 riprenderà il lavoro con altri scrittori (Marjorie Kinnan Rawlings, Erskine Caldwell…).
Qualora non fosse chiaro cosa fa un editor, Genius ce lo fa vedere. Tampina il suo scrittore, lo sollecita, non solo con le buone, a scrivere pagine su pagine. Poi le cassa, le massacra di tagli, costringe a riscrivere, fino ad arrivare alla versione definitiva. Sfinito l’editor, sfinito lo scrittore che in genere non riconosce più la propria opera. E’ quel che accade con il secondo libro, Of Time and the River – Il fiume e il tempo – che Wolfe aveva concepito come un’opera sterminata in più volumi ma che Perkins dopo due anni di strenue battaglie ridusse e pubblicò in un libro unico. Grande successo, naturalmente, ma profonda e irrimediabile la frustrazione dello scrittore.
Circa il genio, io opto per Maxwell Perkins: si deve a persone come lui, con la sua determinazione e anche la sua ferocia, se nella letteratura del Novecento (figure di editor c’erano fin dal Cinquecento, ma con le caratteristiche odierne apparvero solo alla fine dell’Ottocento) sono presenti capolavori assoluti. Perkins diventava un cosa sola con l’autore e con il libro. Nel film gli dà il volto Colin Firth, in una delle sue interpretazioni più riuscite. Compostezza, decenza, serietà vengono trascese soltanto per calarsi negli ‘inferi’ con il suo assistito, ma è solo per un attimo, per capire meglio cosa frulla nella testa del suo giovane talento. Perkins/Firth porta sempre il cappello – un bel borsalino anni Trenta – in ufficio, in casa, a tavola, in pigiama, anche… sì presumo anche lì! Lo toglie solo alla fine del film, quando apprende della scomparsa di Wolfe e riceve una cartolina che lo scrittore era riuscito a compitare dall’ospedale.
Su ‘prezzemolino’ Jude Law, niente da dire, è bravo e calato benissimo nella parte dello scrittore affamato di successo e di vita. Ruolo che in fase di scrittura era previsto per Michael Fassbender, che poi aveva declinato la parte. Nicole Kidman nel ruolo di Aline è sempre all’altezza delle sue interpretazioni migliori.
Ora non resta che cercare le due opere di Tom Wolfe citate nel film (l’altra è Angelo, guarda il passato). Pare non vengano pubblicate da più di cinquant’anni. Se il film funzionasse forse potrebbero essere rieditati. A me è venuta la curiosità.

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