Ho letto “La chitarra blu” di John Banville

Potrei a buon diritto sostenere di essere stato un bambino prodigio nell’arte di rubare. E’ il mio deplorevole segreto, uno dei miei deplorevoli segreti, di cui però non mi vergogno come dovrei. Non rubo per tornaconto.
Si rifugia nella mitologia greca Oliver Otway Orme per definire il proprio vizietto. Chiamatemi Autolico, dice, come il figlio del Dio Ermes che aveva il dono di riuscire a rubare a chiunque senza mai venire scoperto. Orme ruba qualsiasi oggetto, soprattutto di scarso valore, e spesso senza che il proprietario si accorga della mancanza. Così, tanto per sfidare la sorte e il rischio di esporsi a brutte figure. Esistono molti generi di furto, da quello per capriccio a quello malevolo, ma per me conta un genere solo, ed è il furto completamente inutile.
Però è un pittore di una certa fama, con un agente che piazza i suoi quadri in mezzo mondo. Quello che ‘ruba’ questa volta – io proprio non lo definirei un furto – è Polly la moglie del suo migliore amico, Marcus Pettit. Oliver è sposato con Gloria, una donna molto bella ma un po’ algida. Hanno perso una bambina in tenera età e il loro matrimonio si è incrinato. Con Marcus e Polly si frequentano da anni. Fino a quando un giorno Oliver guarda Polly con occhi diversi: L’ho rubata, me la sono presa mentre suo marito non guardava e me la sono infilata in tasca. Sì, ho sgraffignato Polly; l’ho trafugata. L’ho anche usata, e malamente, le ho spremuto tutto quello che aveva da dare e poi sono scappato via e l’ho lasciata.
Tutto questo è scritto nelle prime pagine, per cui non rivelo molto del romanzo. Quello che segue è la ricostruzione in prima persona degli eventi. Oliver fa una lunga confessione, rivolta a se stesso, partendo proprio da episodi dell’infanzia, come quando per la prima volta si è trovato a rubare un tubetto di colore per i suoi dipinti.
Polly è una donna insignificante, piccola e tracagnotta, neppure paragonabile alla moglie Gloria. Diventati amanti, si frequentano per un certo periodo, sotto gli occhi ignari dei rispettivi consorti. Quando Marcus ha sentore che la moglie lo tradisce si confida con l’amico. E cosa fa il coraggioso Oliver? Non fa, non decide. Scappa e aspetta che la matassa si sbrogli da sola. O che sia Polly a risolvere la faccenda. E’ un comportamento classico dell’uomo codardo, quale in fondo Oliver è. Fa come lo struzzo, nasconde la testa sotto la sabbia. Si rintana nella sua casa natale. Com’ero triste nella mia ridicolaggine, com’ero ridicolo nella mia tristezza. Al primo piano c’era il suo studio, sotto una lavanderia che gestivano i suoi genitori. E’ un rifugio, le tele sono accatastate non finite, ormai la vena artistica è scomparsa da tempo. A Oliver non resta che rimuginare sui propri errori, mentre nel mondo esterno Gloria, Marcus e Polly affrontano una situazione ormai insanabile.
Un brivido speciale corre lungo la spina dorsale in determinati momenti di pericolo e spaventosa evenienza. Lo conosco bene.
Non ci sono solo le schermaglie tra i quattro personaggi (Banville avrebbe potuto tranquillamente intitolare il romanzo Quartet, come il celebre film di Ivory) nelle trecento pagine del libro. Forte è l’introspezione di Oliver naturalmente (…non faccio parte del tutto… sarò sempre un estraneo… un inferno vivente… io ho paura del buio…) ma ad ogni pagina ci sono dotti rimandi letterari, artistici, musicali che ne fanno un romanzo da maneggiare con cura. Meno scorrevole di altre opere di John Banville, ma da leggere con attenzione. In effetti lo rigiro tra le mani, rileggo i punti che mi sono segnato e ogni volta di più mi accorgo che è un capolavoro.
Mentre sto qui seduto, sbattendo invano la mia ala ammaccata, mi viene da scrivere il titolo “Trattato sull’amore”, seguito da una ventina di pagine bianche.
Occorre arrivare alle ultime pagine, per capire il significato della chitarra blu. Complimenti a Irene Abigail Piccinini per l’accuratezza della traduzione.

Le mie letture di John Banville (forse si capisce che è il mio scrittore prediletto):

La bionda dagli occhi neri (come Benjamin Black)
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Una risposta a Ho letto “La chitarra blu” di John Banville

  1. Domenico Fina scrive:

    Lo sto leggendo e malgrado io sia un ammiratore ‘tiepido’ di Banville lo trovo tra i suoi più belli. Non sono d’accordo sulla traduzione, ci sono molti termini da prosa d’arte italiana (baluginio, ridda, aguzze, vetuste eccetera) che appesantiscono la lettura, Banville è elegante e complesso di suo, la traduzione doveva essere meno affettata, secondo me.

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