Ho letto “I dannati del pedale” di Paolo Viberti – Edicicloeditore

Faccio un altro strappo alla mia regola letteraria (“compro i libri degli amici ma non li leggo”) perché le storie di ciclismo mi intrigano molto. Alla presentazione del libro al Rural Bike di Torino qualcuno mi ha chiesto “ma sei anche tu ciclista?”. Certo, fin da bambino mio padre mi portava a vedere ogni corsa a due ruote passasse da Torino e poi sono stato un grandissimo pedalatore da televisione. Di fronte al piccolo schermo ho passato pomeriggi inenarrabili con i campioni che di volta in volta mi hanno appassionato. Diciamo fino agli anni ’90, perché con l’uscita di scena di Marco Pantani anche la mia passione per questo sport ha subito un tracollo (credo sia accaduto a molti). Ora il ciclismo si è trasformato in industria e neppure delle più belle. L’epica del ciclismo è finita per sempre.
Però la fa rivivere in queste pagine Paolo Viberti, a lungo inviato di Tuttosport per le grandi corse a tappe e le classiche in linea e non solo. L’ormai ex giornalista del quotidiano torinese pesca a piene mani dal ricco bagaglio di ricordi ed esperienze per raccontare i dannati del pedale. Quei personaggi che hanno fatto la storia del ciclismo e che in molti casi hanno chiuso drammaticamente anzitempo la loro esistenza. Viberti li suddivide in ‘dannati’ (Coppi) e ‘romantici’ (Bartali), sui quali è inutile che mi soffermi perché sono biografie conosciute da tutti. Come pure Marco Pantani, la cui storia in queste pagine prende il via da Campiglio 1999, l’inizio della fine, e poi si snoda fino ad una morte mai chiarita, perché, sostiene Viberti, Pantani non si è mai ucciso.
Ho trovato intriganti le vicende umane e sportive di campioni che ricordo benissimo: Koblet, Fignon, José María Jiménez, Luis Ocaña, Tommy Simpson (la cui morte sul Mont Ventoux ricordo come fosse oggi). Ma è la storia di Ottavio Bottecchia (1894-1927) che mi ha sorpreso. Scrive Viberti: “Trionfò in corsa per vincere la fame. E la sua morte – in seguito a un incidente o a un agguato durante un allenamento – lo colse quando doveva ancora compiere trentatre anni. Fu quello uno dei fatti di cronaca nera più misteriosi e irrisolti di tutta la storia dello sport”.
Tra i miei miti del ciclismo c’è Charly Gaul, grande scalatore, “il vero eremita del ciclismo”, antesignano della solitudine di Pantani, che Paolo Viberti annovera tra i ‘romantici’. E non poteva mancare un ricordo di Jacques Anquetil, campione dalla vita privata incredibilmente disordinata. Anche lui scomparso prematuramente.
Viberti indulge molto sugli aneddoti personali, d’altra parte ha conosciuto bene molti campioni, alcuni dei quali lo hanno gratificato di una sincera amicizia e inevitabilmente di molte confidenze, alcune raccontabili, altre no. E lui ricambia narrando con simpatia e con smisurata passione.
In queste pagine ho ritrovato il grande Nino Defilippis alla cui emozionante vittoria nella Gap-Torino al Tour de France del 1956 ho assistito. Era uno splendido pomeriggio di sole, avevo cinque anni e mio padre mi teneva per mano mentre lo speaker annunciava l’imminente arrivo solitario del nostro ‘Cit’. In tarda età ho avuto l’onore di conoscerlo personalmente: tanta simpatia e tanta fede ‘granata’.
A proposito di ciclisti torinesi, avrebbe meritato un capitolo tra i ‘romantici’ Italo Zilioli. L’anti-campione, un signore della bicicletta, l’eterno secondo in Italia così come Raymond Poulidor lo era stato in Francia. Gioivo come per una vittoria del Toro davanti alla tv (o ascoltando la radio) quando vinceva, mai un Giro o un Tour, solo tappe, e mi arrabbiavo molto per i suoi ritiri.
Grazie Paolo Viberti per avermi ricordato tutto questo.

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