Ho letto “Il mondo di ieri” di Stefan Zweig

Ognuno di noi, anche il più piccolo e insignificante, è stato sconvolto nel più profondo dell’esistenza dai moti tellurici che hanno scosso quasi senza tregua la nostra terra d’Europa. E io, tra tutti, non posso attribuirmi se non questo privilegio: come austriaco, ebreo, scrittore, umanista e pacifista, mi sono sempre trovato nel luogo esatto in cui queste scosse si sono manifestate con maggiore violenza. Avevo un gran desiderio di leggere Stefan Zweig in Austria e ci sono riuscito con la vacanza di luglio, complice il brutto tempo che mi ha costretto a diverse serate in casa. Il mondo di ieri è la sua corposa autobiografia e copre mezzo secolo di scosse telluriche, come le definisce lui, tra gli ultimissimi anni dell’800 e il 1941, quando ha terminato questo libro in esilio in Brasile prima di suicidarsi insieme alla seconda moglie il 23 febbraio 1942. Il libro è stato pubblicato postumo nel ’44, poi subito tradotto in Italia da Mondadori l’anno dopo. C’è da dire che nei vent’anni precedenti la sua fama aveva superato tutti i confini ed è stato uno degli scrittori più tradotti e pubblicati al mondo, salvo poi cadere nel dimenticatoio alcuni decenni più tardi.
A me piace soprattutto il sottotitolo, Ricordi di un europeo. Zweig si definiva pacifista ed europeo, un utopista, quando l’Europa era ancora una cosa molto astratta, un mero concetto geografico. Ma non è forse ancora di là da venire una ‘vera’ Europa? Proprio questo europeismo mi ha indotto a leggere con attenzione queste pagine, per capire l’oggi attraverso le vicende di ieri. L’oggi di un’Europa molto vacillante.
Il giovane Stefan ebbe un’infanzia felice e coccolata in una famiglia ebrea benestante. Erano gli anni ante prima guerra mondiale, che lo scrittore descrive come il mondo della sicurezza: Era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. Vienna era una città gaudente, dove Zweig poteva coltivare fin da studente una smisurata passione per tutte le arti, in particolare il teatro, peraltro condivisa da tutti i ceti.
Chi viveva e lavorava a Vienna si sentiva libero da ogni limitazione e pregiudizio e conduceva una vita comoda e spensierata che irritava i vicini tedeschi, i cui ‘rigore ed efficienza’ avrebbero finito per turbare e avvelenare l’esistenza a tutti gli altri popoli.
In nessun altro luogo era più facile sentirsi ed essere europeo e io so di essere debitore soprattutto a questa città se fin dalla prima giovinezza ho imparato ad apprezzare l’idea della fratellanza come la più alta e nobile nel mio cuore.
Dai genitori Stefan viene lasciato libero, controvoglia, di intraprendere gli studi di lettere, mentre un fratello si sarebbe occupato di portare avanti l’attività commerciale di famiglia.
Nella sua autobiografia ripercorre i giorni della scuola e dell’università, gli adolescenziali componimenti poetici e i testi teatrali, già però apprezzati in ambito editoriale. Si stacca dalla famiglia e inizia a soggiornare all’estero, Parigi città dell’eterna giovinezza soprattutto, stringe amicizie importanti con artisti, poeti e scrittori: Rilke, Rodin, Verhaeren, Yeats, Gide, Romain Rolland, Joyce, Pirandello con alcuni dei quali restò in contatto tutta la vita.
E’ impressionante la quantità e la qualità dei rapporti che Stefan Zweig instaurò nel corso della sua vita, anche Toscanini, Busoni, Richard Strauss, Dalì, Croce, Freud. Tanto è vero che si attirò le critiche del conterraneo Robert Musil (questi sfruttatori dell’emigrazione che proprio da emigrati sono diventati beniamini internazionali) e dopo la morte quelle ancora più velenose di Carlo Emilio Gadda che lo definì “un trufolone europeo che va in cerca di tutti, è amico e ospite di tutti, è stato a balia con tutti”.
Dopo Parigi, viaggia in Inghilterra, Spagna, Italia, Belgio, Olanda, Svizzera. Mentre compone poesie e scrive testi di teatro, inizia a raccogliere autografi di personaggi famosi, partiture autografe di grandi musicisti, un collezionismo che diventa quasi un’attività parallela a quella di letterato.
Le sue vicende personali – quelle professionali naturalmente, perché Zweig in tutto il libro cita pochissimo i genitori, mai la prima moglie e solo una volta la seconda – si mescolano con la storia d’Europa dei primi quarant’anni del ‘900. La sua ricostruzione storica è meticolosa. L’Austria Felix diventa un ricordo sbiadito di fronte alle nefandezze della prima metà del Novecento. Ma lo scrittore austriaco dice poco anche dei suoi lavori letterari – racconti, romanzi, corpose biografie, traduzioni – e quando lo fa è soltanto in funzione degli scenari politici e sociali europei che sta vivendo oppure in rapporto alle sue frequentazioni con grandi personaggi del secolo breve.
Dopo un decennio di relativa calma (1923-1933) e rinate speranze di pace duratura per l’Europa, l’irrompere di Hitler e la caduta dell’Austria costringono Zweig a una vita da apolide in Francia e Inghilterra, dopo aver abbandonato l’amata casa di Salisburgo con tutti i suoi libri e le collezioni. Ma scende ancora di un gradino allo scoppio della guerra: da ospite straniero e in un certo senso ‘gentleman’ che lì spendeva i suoi guadagni internazionali e pagava le tasse da emigrante , a ‘refugee’. Cittadino straniero di un paese in guerra contro il paese ospitante. A cinquantotto anni, il giorno in cui mi fu ritirato il passaporto, scoprii che perdendo la patria si perde più di un fazzoletto di terra delimitato da frontiere.
Zweig lascia infine nelle ultime righe della sua autobiografia (testamento?) un messaggio che di speranza non è (visto anche ciò che gli accadrà di lì a un anno), quanto piuttosto di orgogliosa consapevolezza di un mondo che è stato migliore. L’ombra è figlia della luce, scrive, e solo chi ha conosciuto luce e tenebra può dire di aver vissuto davvero.
Un libro che mi ha toccato molto e che terrò sempre in evidenza nella mia libreria per la ricchezza di stimoli che contiene.
Un tempo l’uomo non era che anima e corpo. Oggi, se vuole essere trattato da essere umano, gli serve anche un passaporto. Frase su cui meditare, in un periodo di migrazioni epocali.

PS. L’edizione che ho letto (Garzanti, 2014, terza edizione febbraio 2017) è infarcita di errori di stampa a centinaia, non esagero. Alcuni semplici e banali, a volte comprensibili e perdonabili. Altre volte comici o irritanti. Che dite di questo: formare un governo di colazione ? Cialtroneria e pressapochismo di certa editoria italiana, vero Gruppo Mauri Spagnol?

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Una risposta a Ho letto “Il mondo di ieri” di Stefan Zweig

  1. Enza scrive:

    Elogio alla recensione. Come sempre. Mi fermo un attimo sul P.S.
    Zweig scrisse “Mendel dei libri”, racconto breve e denso, che lei conoscerà. Esiste una letteratura sui bibliofili, dedicata proprio all’ossessione dei libri. Hrabal e Canetti ma anche Eco e Borges, per fare dei nomi.
    Mendel è un personaggio singolare che si fa custode dei libri : “non li leggeva alla ricerca del loro significato, del contenuto spirituale e narrativo: solo il titolo, il prezzo, la veste editoriale, il frontespizio muovevano la sua passione”.

    Non pretendiamo tale cura e ammirazione, ma chi si picca di editare non può essere sciatto, imbrattare l’opera, offendere l’autore e chi lo legge.

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