Ho letto “Dentro il labirinto” di Boris Pahor

Gli venne fatto di pensare che la vita calpesta, leviga e lima le persone come il mare fa con i ciottoli, le conchiglie e i cocci di vetro.
Avevo in casa questo libro da tempo e l’ho preso per leggerlo proprio nei giorni in cui Boris Pahor compiva 104 anni (è nato a Trieste il 26 agosto 1913). Quale miglior omaggio a un personaggio straordinario, non tanto per l’età ma per le vicende che ha vissuto e per come le ha raccontate? Dentro il labirinto è un libro ponderoso (650 pagine), scritto nel 1985 ma tradotto e pubblicato in italiano soltanto nel 2011. Prima e dopo altri romanzi importanti che a volte gli hanno fatto sfiorare il Premio Nobel per la Letteratura. Tema è la questione slovena che ha attraversato gran parte del Novecento. Pahor è sloveno di cittadinanza italiana, cattolico e non comunista, e per questo ha subito l’ostilità da tutte le parti. Nelle vicende del protagonista del romanzo, Radko Suban, ci sono echi di tutte le esperienze vissute dall’autore: il militare in Libia, il ritorno a Trieste e la deportazione in diversi campi di concentramento nazista in Francia e Germania, la liberazione e il ricovero in un sanatorio in Francia, infine il definitivo ritorno a Trieste. Non una vera e propria autobiografia ma Dentro il labirinto parte da lì, dal 1948 e dalla drammatica confusione generata dal dopoguerra triestino. Sono pagine di storia conosciuta – o che conviene rispolverare e conoscere meglio – che Pahor ha il pregio di far rivivere attraverso le vicende e gli occhi di gente comune.
Radko Suban torna in famiglia dove trova una delle due sorelle, Vidka, morente per la tubercolosi. Intanto trova la forza di laurearsi a Padova e di cercare di intraprendere la strada dell’insegnamento, ma le porte sono chiuse: se si è sloveni bisogna essere comunisti e Radko non lo è. Poi occorre ancora distinguere tra comunisti ortodossi, e dunque fedeli a Mosca come la maggior parte degli italiani, oppure a Lubiana e Belgrado, ed essere seguaci di Tito. Radko incontra amici intellettuali, soprattutto ex-amici, con i quali si confronta sulle vicende politiche. Emblematico il dialogo con un compagno di prigionia durante il fascismo.
“Sei lo stesso nazionalista di quand’eri in cella nel ’44” osservò Birs.
“Questa definizione non mi piace”, puntualizzò Radko appoggiandosi a uno scaffale. “Non è pertinente. Un nazionalista è borioso, odia l’altro e gli altri. Noi, invece, desideriamo solo conservare noi stessi senza tradire i nostri principi e le nostre azioni”.
“Chi non vive nel rispetto dello spirito internazionalista diventa automaticamente nazionalista”.
Di discussioni come questa è pieno il libro. Radko Suban è un idealista, spera che l’Europa trovi una sua strada, distante sia dagli americani che dal totalitarismo comunista. Scrive articoli per una rivista e intanto prepara un libro sulle sfide e le speranze della sua giovane generazione: Non voleva essere un’opera fondata sull’ideologia, ma semplicemente un libro, colmo di angoscia, pervaso dalla fede nel valore della propria esistenza, teso al miraggio della libertà. Di tanto in tanto si affacciano delle donne che ha amato, in particolare un’infermiera francese conosciuta in sanatorio e con la quale pensa di poter vivere. Ma la donna, Arlette, è costretta dai genitori a sposare un facoltoso connazionale. Nonostante ciò tra i due si crea una fitta e intensa corrispondenza.
Il destino di Radko è di rimanere solo. La sua città, con i caffè già frequentati dalle intelligenze di mezza Europa, lo rifiuta. Tutti i rapporti che ha intrattenuto erano falsati dalle ideologie e dai preconcetti. La questione slovena rimane irrisolta e non gli resta che uscire dal labirinto e andare verso una destinazione meno ostile.
“Il nostro spirito interiore può morire tante volte e altrettante rinascere. Ecco, appartenere a una collettività ci assicura costantemente che, in quanto individui, non siamo soli, che le linee di forza della comunità ci attraversano; e noi, a nostra volta, irradiamo in lei le componenti del nostro essere”.

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