Ho letto “Memorie di un barbiere” di Giovanni Germanetto

Avrò avuto quindici o forse sedici anni quando l’ho letto. Era uno dei libri che mio padre portava a casa, chissà perché tutti di Editori Riuniti. Era così che avevo conosciuto il premio Nobel Michail Aleksandrovič Šolochov (Terre dissodate, Il placido Don…), prima ancora che potessi innamorarmi della letteratura russa. Su quel ragazzo che ero, la lettura di Memorie di un barbiere aveva avuto un effetto che oggi non ha più. Ho riavuto tra le mani questa ristampa del 1978 grazie a mia sorella, dopo che l’originale si era perduto nella diaspora di noi fratelli e nelle decine di traslochi.
Il volumetto contiene l’autobiografia di Giovanni Germanetto (Torino 1885 – Mosca 1959), giornalista, sindacalista, politico, forse dimenticato oggi in Italia, ma la cui memoria è stata viva ancora per tutto il ‘900.  Pubblicato per la prima volta nel 1930, l’anno dopo venne edito in lingua italiana in Francia, con la prefazione di Palmiro Togliatti. Da allora ha avuto un buon successo con 36 edizioni in 24 diverse lingue, quattro in russo, sette in italiano, cinque in tedesco, tre in inglese e spagnolo con una tiratura complessiva oltre il milione di copie.
L’autobiografia, scritta con arguzia e ricca di piemontesismi, si arresta al 1927, anno del definitivo espatrio prima in Francia poi nell’allora Unione Sovietica. Cresciuto a Fossano, Germanetto era claudicante in seguito a una paralisi alla gamba sinistra. Non ho avuto la fanciullezza spensierata degli altri ragazzi. Non potevo correre e saltare. Mi accontentavo di vedere gli altri ragazzi giocare. Viste le difficoltà economiche della famiglia – il padre era operaio alle Officine Savigliano – e data la poca propensione verso gli studi, Giovanni fu messo a bottega da un barbiere, dove andavano clienti di tutti i colori politici, anche deputati e ministri del regno. Fu lì che si formò politicamente, unitamente alle scuole serali e all’iscrizione al circolo socialista. Fin da ragazzo per le sue idee conobbe il carcere, cambiò diverse volte padrone e anche città, ma sempre tra Torino e la Provincia Granda.
Fossano era un piccolo centro di bottegai, di preti, di pensionati e di nobili. Paesi pettegoli in cui ogni cittadino è passato alla critica più spietata. (…) Rampolli di illustri famiglie della vecchia nobiltà fossanese, cavalieri e commendatori grandi elettori di Giolitti, canonici, affaristi e commercianti, ufficiali delle diverse armi, ecco chi dirigeva la vita pubblica, chi faceva il bel tempo e la pioggia.
Profondamente anticlericale – divertenti sono i siparietti con i preti che cercano di ‘addomesticarlo’ – Germanetto partecipa alle prime lotte socialiste, scrive anonimamente su giornaletti di provincia e poi con lo pseudonimo di Barbadirame diventa redattore di settimanali politici più diffusi, intanto entra ed esce da carceri e questure. Aderisce al gramsciano Ordine Nuovo e partecipa alla scissione del 1921 e alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Nel 1923 espatria grazie a mille sotterfugi e partecipa come delegato all’Internazionale sindacale rossa a Mosca. Va da sé che al rientro in Italia viene nuovamente arrestato. Il suo lavoro di barbiere diventa quasi clandestino perché si susseguono le ordinanze che diffidano i soldati (Fossano è terra di caserme) dal frequentare il ‘barbiere antitaliano e socialista’.
Il libro si fa valere oggi anche per il clima della provincia di allora. Divertenti sono le pagine dedicate a Cuneo e alle leggende che vogliono i cuneesi un po’ così. Proverbiale quella dell’impianto di illuminazione provato a mezzogiorno, che circola e viene usata contro i cuneesi ancora oggi. Tanto che, sia nella prefazione di Pajetta del 1978 che in quella di Togliatti del 1930, la città piemontese trova spazio: Fa da cornice al racconto la provincia di Cuneo, dove ha vissuto e lavorato il nostro compagno. Ma quanto è grande la provincia di Cuneo! Provincia di Cuneo è tutta la provincia italiana, semifeudale, piccolo-borghese, scettica e bigotta, pettegola e ipocrita, piena di gente che è servile con i potenti, arrogante, ingiusta e crudele con i poveretti: ne hanno fatto un serbatoio delle virtù borghesi, il vivaio dei forti caratteri. La letteratura fascista ha ancora forzato questo ideale, sino al ridicolo e al grottesco. Che cosa è ‘Strapaese’ se non la provincia di Cuneo diventata modello di vita nazionale?
Barbadirame diventa oggetto di attenzione non solo per la polizia ma anche per i giornaletti satirici, uno dei quali lo mette al centro di un romanzo d’appendice. Come segretario della Camera del Lavoro viaggia moltissimo e con ogni mezzo di locomozione. In più cerca di non dormire mai troppo a lungo nello stesso posto. Tuttavia dai suoi incontri ‘obbligati’ con magistrati, questori e poliziotti emerge qualche volta un rapporto più umano, in particolare con quelli che, ad ogni livello, segretamente covavano vaghe idee socialiste. I rapporti umani e i ritratti dei vari Gramsci, Togliatti, Serrati, Terracini, dello stesso Lenin e del Mussolini direttore dell’Avanti! rappresentano la seconda chiave di lettura dell’autobiografia, fermo restando che la lotta per i diritti dei lavoratori prima e contro il fascismo degli albori è l’argomento principale.
Leggi eccezionali, domicilio coatto, pena di morte, scioglimento dei partiti, proibizione di tutti i giornali antifascisti… Pensiamo a farci mandare degli indumenti. Nella migliore delle ipotesi andremo alla deportazione.

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