Ho letto “Il tesoro del Carmine” di Gianfranco Vanagolli

E’ stata una bella sorpresa questo libro che mi ha riportato all’Isola d’Elba a poche settimane dal mio ultimo soggiorno. Ci ho ritrovato le atmosfere che già conosco e in più ho fatto un’immersione nell’epoca napoleonica nonché un doveroso ripasso di Storia. Credo che uno dei complimenti più graditi per un narratore sia quello di sentirsi dire dal lettore che è stato difficile staccarsi dalla vicenda. Per me è stato così, mi sono affezionato al tenente francese Jean Thomas, ingegnere e quindi ufficiale del genio. All’Elba è ‘costretto’ Napoleone per dieci lunghi mesi, esiliato ma sovrano dell’isola, prima della fuga e il ritorno in Francia. Attorno a lui ruotano truppe fedeli, gran dame, faccendieri, spie, artisti, frammassoni, diplomatici, generose locandiere.  L’imperatore non è inoperoso durante l’esilio: costruisce strade e bastioni, si occupa delle miniere. I porti conoscono un continuo andirivieni di mercantili e navi da guerra.
Il giovane Jean Thomas si è arruolato volontariamente con l’esplicita richiesta di essere destinato all’Elba. A Portoferraio infatti ci sono le tracce di un tesoro, forse frutto di attività corsare, che secondo un testamento pervenutogli da uno zio si troverebbe nella chiesa del Carmine, murato dentro un altare. Intanto familiarizza con l’isola e con i suoi genieri sovrintende alla costruzione di strade: Una strada che dovette aprire dalla capitale a una campagna nel suo entroterra, detta del Borgo Negro o di san Martino, dove Napoleone aveva comprato una casa, e da lì a un crinale poco distante, gli fece vedere per la prima volta dei paesaggi che non avrebbe mai immaginato tanto pittoreschi...
E’ il 1814. Thomas deve giostrarsi tra gli impegni per cui è comandato e la possibilità di avvicinarsi senza dare troppo nell’occhio per perlustrare la chiesa, sconsacrata da dieci anni e diventata un deposito militare. Tanto più che sulla chiesa del Carmine pesa il progetto della trasformazione in teatro (l’attuale Teatro dei Vigilanti di Portoferraio) voluta dallo stesso Napoleone per accontentare la sorella Paolina.
Più volte il giovane si avvicina al tesoro ma le sue ricerche vengono continuamente interrotte. Nel frattempo scopre l’esistenza nel sotterraneo della chiesa di un tempio massonico, rito al quale viene ben presto iniziato. Per lui si prospetta un periodo di missioni dal significato incomprensibile alle quali deve sottostare.
Intraprendente e di bell’aspetto, Jean Thomas ha diverse avventure con piacenti signore, anche sposate, e per questo si becca i richiami dei superiori. Arriverà finalmente a scoprire il tesoro ma si accorgerà di essere stato sempre seguito. Saranno le donne ad aiutarlo a metterlo al sicuro per garantirsi un futuro.
Ripeto, Jean Thomas è un bel personaggio da romanzo setndhaliano, ma non lo sono da meno coloro che lo attorniano, militari e civili, elbani, corsi e francesi. Se un appunto devo fare a Vanagolli è di aver “tirato un po’ via” il finale, affidando la narrazione degli ultimi eventi a una lettera che il tenente, ormai divenuto capitano dopo il ritorno di Napoleone in Francia e la seguente disfatta di Waterloo, indirizza a un compatriota emigrato a Baton Rouge in Louisiana.
Per il resto l’autore mostra una conoscenza assoluta delle vicende napoleoniche. Di Napoleone Vanagolli è uno storico apprezzato. Del resto in molti, e non solo gli elbani, sono affascinati da questa figura. Ovunque in Italia vediamo i segni che ha lasciato. Miti e leggende si intersecano con la storia. Scrive Ernesto Ferrero (altro ‘napoleonista’) nella bella prefazione: I dieci mesi dell’Elba napoleonica sono un vero concentrato di motivi romanzeschi. In quel breve arco di tempo si produce nell’isola una specie di perfetta situazione drammaturgica.
Vanagolli ambienta la narrazione a Portoferraio e in tutta l’isola, in luoghi ben precisi e reali, le navi (l’Inconstant, l’Abeille) o locande e taverne frequentate dai soldati (Bonroux, Cafè du Bon Goût). In più, ed è ciò che mi ha affascinato del libro, descrive in maniera avvincente le atmosfere del porto e della marineria, soprattutto quella dedita al trasporto dei minerali.
…fu una passeggiata lungo la spiaggia, che era il regno di una razza speciale di marinai, unici nel navigare il minerale sui loro grossi bastimenti latini, che portavano dappertutto. Caricavano i bastimenti in mare o in terra, indifferentemente, correndo con delle ceste sulle spalle su stretti assi malfermi da cui chiunque altro sarebbe precipitato.
Avevano le facce tribolate e le posture di chi è abituato a parlare con le mani o con il coltello.
Naturalmente si affacciano nel libro detti (“Gennaio, lampataio!“) e tradizioni anche gastronomiche dell’isola. Voglio citare quel ‘gurguglione’ che appare fin dalle prime pagine del romanzo e che il mio amico Alberto Giannoni mi cucina ogni volta che metto piede all’Elba: Fu così che Jean scoprì il gurguglione, ma qualcuno lo chiamava , alla spagnola, anche graspaccio, una sorta di caponata, di cui si innamorò, tanto da pretenderla, poi, almeno una volta al giorno, ci fosse o meno il contorno del seno della locandiera.
So che ora Gianfranco Vanagolli, di cui avevo apprezzato Leggende dell’arcipelago toscano, ha in mente qualcos’altro. Lo aspetto al varco!

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