Ho visto “I nomi del Signor Sulčič” di Elisabetta Sgarbi

Mi piacciono i lavori di Elisabetta Sgarbi, che siano documentari o fiction, sono molto curati, sia nella fotografia che nel montaggio. E poi c’è quasi sempre la musica di Franco Battiato, capace come pochi di entrare nelle atmosfere di un film. Ogni anno questa eclettica signora della cultura italiana che ha inventato e dirige la Milanesiana (per dire, Torino talvolta ne importa gli eventi) propone un suo film al TFF,  che cerco di non perdermi (Colpa di comunismo 2015, La lingua dei furfanti 2016, L’altrove più vicino 2017), salvo quello presentato nell’ultima edizione che ho però avuto il piacere di vedere uscito nelle sale in questi giorni.
In un Paese che non ha fatto definitivamente i conti con il passato, la frontiera italo-slovena rappresenta ancora un nervo scoperto, tra negazionisti di ambo le parti e un fascionazismo di questi tempi incredibilmente rigurgitante. Non sempre è bene rispolverare la memoria del passato, sembra essere il messaggio di Elisabetta Sgarbi, ripetuto più volte nel corso del film, in parte fiction e in parte recitato dagli stessi protagonisti.
Subito non ci si raccapezza quando la giovane ricercatrice universitaria Ivana si reca a Trieste per raccogliere informazioni sul conto di Sara Rojc, morta nel 1992 e sepolta nel cimitero ebraico della città giuliana. Cerca in sinagoga (e lì ci sono gli speciali cammei di Paolo Graziosi e Roberto Herlitzka, sempre un piacere vederli sia in teatro che al cinema, e di Adalberto Maria Merli). Ivana però esce presto di scena perché la sua ricerca è per conto di un’altra persona, una donna slovena, Irena Ruppel. Non si comprendono subito i rapporti tra le varie persone, quando compare anche Gabriele Levada, un ruvido allevatore che vive sulle rive del delta del Po dove Irena giunge per conoscerlo. Irena sa di lui più cose di quante Gabriele sappia su stesso. A cominciare dal rapporto con i genitori. Tutto si spiega nel corso di qualche viaggio tra Trieste, Lubiana e Tolmin. L’incontro finale tra Gabriele e Irena in una povera casupola del comune sloveno dell’alta valle Isonzo svela i segreti del passato di entrambi. Difficile da accettare quando di mezzo ci sono stati nazisti, ebrei, titini, persone che hanno cambiato identità dopo essere state dalla parte sbagliata del conflitto. E’ verità o è solo verosimiglianza. Sgarbi ammicca e ci dice che forse è un sogno. E in momenti onirici legati alla guerra e ai bombardamenti compaiono recitando loro stessi – è bene dirlo perché la regista non si fa mancare nulla – Claudio Magris e Giorgio Pressburger. “I nomi stanno nel mondo per ingannare. A meno che non si conosca la verità” dice Magris e infatti il padre di Gabriele prima di chiamarsi Levada si chiamava Sulčič e poi Sulini. Nascondeva segreti atroci mai venuti alla luce fino a quella sera a Tolmin. Gabriele lo ha sempre conosciuto come un buon padre di famiglia.
La Slovenia è un tema caro a Elisabetta Sgarbi. Lo stesso L’altrove più vicino è stato un viaggio culturale sul filo del confine sloveno, con preziose testimonianze di intellettuali. Tutti bravi gli interpreti, anche i non professionisti. Con una citazione per l’intensa Lučka Počkaj (Irena), Branko Završan (suo marito), l’ammiccante Elena Radonicich (per me una scoperta). Bella Trieste, onirica ma reale Piazza Unità d’Italia con un valzer solitario e notturno sul selciato luccicante di pioggia.
Morale: i segreti uccidono la verità. E la memoria, sia quella individuale che quella collettiva, è sempre complicata.

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