Ho letto “Tra loro” di Richard Ford

Mi piacciono i libri che al di là di una trama appassionante costringono a riflessioni personali. Così è per i romanzi di Richard Ford, ma anche di Philip Roth o di Paul Auster. A volte mi sembra di essere stato io il Frank Bascombe della trilogia Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza, Lo stato delle cose, scritti e pubblicati da Ford uno ogni decennio, che seguono il personaggio lungo il corso della sua vita. Ancora più mi sono identificato, vuoi per l’età che ormai mi ha raggiunto, in Tutto potrebbe andare molto peggio, che ha fatto diventare Bascombe il protagonista di una tetralogia.
In questo intenso librino (non supera le 130 pagine) Richard Ford fa i conti con i genitori. A pensarci è proprio un esercizio che tutti dovremmo fare, soprattutto se i propri genitori non ci sono più da anni. Il 75enne scrittore di Jackson (Mississippi) li separa e li tratta in due capitoli distinti. Come spiega in postfazione, Lontano, Ricordando mio padre l’ha scritto nel 2015, cinquantacinque anni dopo la scomparsa. Mia madre, in memoriam nel 1981 nell’immediatezza della sua morte. Ovvio che i due capitoli risentano molto della freschezza o meno del ricordo. Quello che interessa è che riesce a dare prospettive molto diverse scrivendo dell’uno o dell’altra anche se la storia familiare è la stessa. La parola chiave è ‘normalità’. La vita normale è l’intervallo di tempo che intercorre tra le partenze del lunedì e le sere del venerdì quando il padre torna dai suoi giri. Faceva il venditore di amido per il bucato. Prima che Richard nascesse padre e madre, Parker e Edna, lavoravano insieme e giravano l’America in auto dormendo negli alberghi. Si presentavano nelle scuole di cucina delle città e insegnavano a usare l’amido. Era un vita felice che non prevedeva minimamente un futuro diverso. Erano gli anni Venti e Trenta, quelli della grande depressione e delle strade assolate del Mississippi e dell’Arkansas. Quasi vent’anni senza Richard, poi le cose sono cambiate nel 1944 con la nascita dell’unico figlio.
Essere un figlio tardivo e un figlio unico è un lusso perché entrambe le cose ti spingono a fare delle congetture da solo su tutto il tempo che è trascorso prima del tuo arrivo: la lunga vita dei tuoi genitori nella quale non hai avuto parte alcuna.
Il padre continua a fare il rappresentante, la mamma resta a casa. La vita cambia, ma pur sempre modesta, normale, senza grandi prospettive. Quando Richard cresce lo portano con loro nei giri commerciali, chilometri, alberghi e il bambino a dividere il letto matrimoniale. Nel 1948 Parker ha un primo infarto e Ford inizia a considerare la vita come il tempo tra i due infarti e la morte improvvisa. Per Richard arriva l’adolescenza e si fa guardingo nei confronti del genitore: Lo tenni più a distanza dalle cose che facevo e che dicevo. Forse è quello che fa ogni ragazzo adolescente con suo padre.
Diversa, come dicevo, la prospettiva della vita dei genitori vista dal lato della madre. Edna fuggiva da una situazione familiare complessa quando ha conosciuto Parker. Per lei quella nuova vita era la normalità. Non aveva avuto il desiderio di un focolare o di una vita diversa da quella nomade fino alla morte del marito. Dopo, la madre era diventata una persona con un proprio lato pubblico: …lei era Edna Ford, una persona che era mia madre ma che era anche un’altra. Richard Ford ricorda brandelli della vita con sua madre dall’anno del ribaltone, il 1960, anno cui Parker gli morì tra le braccia. Senza quell’episodio, racconta Ford, probabilmente non avrebbe mai fatto lo scrittore, ma sarebbe ‘normalmente’ diventato un agente di commercio.
Tra loro è uno spaccato di vita di una ‘normale’ famiglia americana del Ventesimo secolo. Perché dunque leggere un memoir che è di altri, pur se si tratta di uno scrittore acclamato? Forse perché costringe a pensare e aiuta a scrivere il proprio (anche se rimane scritto solo nella nostra testa).

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