“Triangoli rossi” omaggio di Boris Pahor ai deportati politici

L’unico modo che l’anima tedesca conosce per tentare di risolvere i suoi complessi irrisolti: urlando.
Vorrei leggere più libri possibile di Boris Pahor fintantoché è ancora in vita (ad agosto compirà 107 anni), pur sapendo che i suoi scritti sugli orrori del nazifascismo resteranno pagine indelebili, a imperitura memoria per tutto il genere umano. Ad agosto compirà 107 anni.
Nel corso della sua vita Boris Pahor si è rammaricato più volte che i deportati politici, a cui in genere erano riservati lager specifici, non abbiano avuto il giusto spazio nel sentire comune. Portavano sulla casacca a strisce il triangolo rosso che li distingueva dagli altri deportati con inscritta la sigla della nazione di provenienza. Nel caso di Pahor era la I di Italia, cosa che lo irritava, avendo lottato fin da giovane contro l’omologazione della cultura e della lingua slovena all’Italia. Scrive Pahor: Si parla molto di Auschwitz, si parla di Birkenau o Treblinka, di Buchenwald o di Mauthausen, ma quasi mai di Dora-Mittelbau, di Natzweiler-Struthof e altri campi riservati ai Triangoli rossi, i deportati politici. E spesso mi risentivo, qualche volta a voce alta, non perché sono stato un Triangolo rosso anch’io, bensì perché avere sul petto, sotto il numero che sostituiva il nome e il cognome, il triangolo rosso, significava che ero stato catturato perché come soldato non mi ero presentato all’autorità militare nazista, ma avevo scelto di oppormi in nome della libertà.
Già ultracentenario, nel 2015 Pahor venne sollecitato da Elisabetta Sgarbi, allora direttore editoriale di Bompiani, a dare sfogo al suo risentimento su questo punto e a testimoniare con un libro che “noi politici, dopo le docce vere, si doveva andare a lavorare e cominciare subito ad aver fame e ammalarsi, e solo poi finire in posizione orizzontale“. È nato così Triangoli rossi, sottotitolo I campi di concentramento dimenticati, promemoria o vademecum o semplicemente cronaca della sua esperienza personale nei vari ‘soggiorni’ da un lager all’altro. A questa lo scrittore sloveno aggiunge una seconda parte, diciamo così ‘compilativa’, sugli altri lager nazisti in cui i prigionieri politici sono transitati e infine un compendio sui campi fascisti – ci sono stati anche quelli  ed erano parecchi – in cui sulle casacche non c’erano triangoli colorati o numeri e dove i prigionieri politici erano semplicemente gli antifascisti. In genere erano luoghi di raccolta e di transito verso i campi di sterminio dell’Europa centrale. È un’appendice doverosa perché l’autorità democratica italiana, scrive e accusa Pahor, si disinteressa dei campi del duce e cerca in generale di non ricordare i crimini e i criminali fascisti.
Nel libro scorrono dunque i ricordi di Boris Pahor relativi alla sua permanenza a Dachau, Sainte-Marie-aux-Mines/Markirch, Natzweiler-Struthof, nuovamente a Dachau, Dora-Mittelbau, Harzungen, Bergen-Belsen e sono un’appendice preziosa per chi ha letto il suo capolavoro Necropoli (1967 in originale e per la prima volta in italiano nel 1997) per comprendere meglio certi passaggi della sua dolorosa attività di interprete e infermiere nei lager. Direi che con la lettura di Triangoli rossi molti aspetti di Necropoli sono più chiari. Mi colpisce in particolare il periodo trascorso a Dora-Mittelbau: Non sapevi cosa ti toccava, a Dora: il campo portava un nome di donna per occultarne l’esistenza e l’orroreDora era il campo dei missili V2, di esperimenti, di pelli con tatuaggi che diventavano borsette e paralumi, di innumerevoli tormenti e di sadismo continuato. Pahor solleva così la questione Wernher von Braun, osannato e glorificato negli Stati Uniti come autore del progresso tecnico che consentiva all’uomo di mettere piede sulla luna, e in precedenza scienziato al servizio dei criminali nazisti – colui che nei campi di sterminio usava i deportati come forza lavoro – per la costruzione dei razzi V2 destinati a colpire in particolare Londra, ma che molto spesso non raggiungevano l’obiettivo o esplodevano prima grazie al sabotaggio da parte dei triangoli rossi, in genere russi o dell’est Europa che poi pagavano con l’immediata impiccagione i loro atti di resistenza. Von Braun dunque alla liberazione dei campi nel 1945 anziché essere giudicato come gli altri criminali di guerra venne cooptato con i suoi collaboratori tra gli scienziati e gli ingegneri che avrebbero poi sviluppato la missilistica americana. Poteva scegliere l’Armata Rossa ma preferì portare i suoi progetti e quel che restava dei V2 negli Stati Uniti che non guardarono tanto per il sottile sui suoi trascorsi. Nel libro Boris Pahor non si preoccupa di nascondere il suo orrore per questo personaggio, come dovremmo fare tutti noi.
Triangoli rossi è una lettura preziosa anche per i riferimenti ai singoli campi, i numeri, gli spunti per approfondire con altre letture. Ad esempio perché in Italia non si parla o si parla molto poco di Visco, campo di concentramento per sloveni, bosniaci e montenegrini e di Arbe, Renicci, Fraschette di Alatri o del campo di internamento di Cairo Montenotte?

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Una risposta a “Triangoli rossi” omaggio di Boris Pahor ai deportati politici

  1. Enza scrive:

    Ho personalmente approfondito la storia dei campi di concentramento italiani, soprattutto nei Balcani dove se ne contavano 37.
    In effetti se ne parla poco e malvolentieri. Su Minima&Moralia, la recensione di una raccolta di saggi utili per ” illuminare” una memoria rimossa.
    http://www.minimaetmoralia.it/wp/bravi-e-cattivi-gli-italiani-la-guerra-la-memoria/

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