Ho letto “Pescatore d’Islanda” di Pierre Loti

Avevano bevuto vino e sidro, ciascuno nella propria scodella, così la gioia di vivere illuminava le loro facce schiette e coraggiose. Restavano seduti a tavola e ora conversavano tranquilli, in bretone, di donne e di matrimoni.
Per prima cosa quando ho avuto tra le mani il libro (edizioni Nutrimenti, scovato anche questo al Salone del Libro) mi sono chiesto cosa c’entrasse l’Islanda con la Bretagna, la regione dove la vicenda è ambientata. Ho scoperto così che Paimpol, importante porto nel dipartimento della Côtes-d’Armor (nei pressi la Pointe de l’Arcouest, l’Île-de-Bréhat, il sentiero dei doganieri, la splendida abbazia diroccata di Beauport…..) ha maturato nei secoli una vocazione alla pesca nei mari d’Islanda. Pesca che nell’800 (il romanzo è del 1886) veniva fatta con le lenze a bordo di velieri nelle acque più fredde dove abbondava il ‘morue’ o ‘cabillaud’, da noi volgarmente chiamato merluzzo. Le navi stavano via tutta l’estate e conservavano il pescato in salamoia per tornare poi per venderlo in autunno. E qui si potrebbe aprire una parentesi sugli equivoci che ingenerano nelle diverse regioni italiani i termini baccalà e stoccafisso.
Ma non è questo l’oggetto del libro di Pierre Loti (francese di Rochefort, una produzione sterminata di titoli, ognuno ambientato in un paese visitato, soprattutto in Medio e Estremo Oriente). “Pescatore d’Islanda” è una tormentata storia d’amore tra una giovane di famiglia benestante, Gaud Mével, e un affascinante pescatore di condizione più modesta, Yann Gaos. Yann è stregato dal mare e vive il suo mestiere con grande trasporto. Era quasi un gigante, e dovette entrare piegato in due come un grande orso. E fece una smorfia, turandosi il naso per l’acre odore della salamoia.
Lei invece ha vissuto a Parigi, veste elegante, orfana di madre vive con il padre, arricchitosi con la pesca. Non avendo mai svolto lavori di fatica, aveva mani sottili e bianche, prive però dell’eccessiva piccolezza svigorita che è divenuta un criterio di bellezza.
La storia è di per sé abbastanza semplice, se non addirittura banale. Trattando di marinai, navi e tempeste si comprende subito come andrà a finire. Ciò che conta sono le descrizioni dei villaggi, delle coste, delle rocce, delle tradizioni bretoni e chi ha un po’ di dimestichezza con quei luoghi ci si ritrova subito.
Il sentiero era disseminato di alghe, fogliame venuto da un ‘altrove’ a indicare che un altro mondo era vicino. Le alghe spargevano nell’aria un odore salmastro.
Pierre Loti descrive molto bene l’eterna lotta tra l’uomo e il mare, la furia degli elementi, l’inevitabile rivolgersi alla vergine Stella maris protettrice dei marinai.
Posso immaginare i bei drammoni che da questa storia hanno tratto vari registi: ben cinque versioni cinematografiche tra il 1919 e il 1958, una televisiva, un paio teatrali e due drammi musicali. Pierre Loti aveva proprio lasciato il segno.
Una lettura per chi ama il mare e in particolare la Bretagna.

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