Ho letto “Nemesi” di Philip Roth

Estate torrida quella del 1944 a Newark. Nel mondo imperversava la guerra portandosi via la meglio gioventù americana. Nel Nordest degli Stati Uniti invece era una grave epidemia di polio a falcidiare i ragazzi rimasti. Il giovane animatore Bucky Cantor, riformato per un difetto alla vista, intrattiene i bambini per tutta l’estate in un campo giochi. E li vede cadere uno a uno colpiti dalla malattia. Cerca di sfuggire al contagio raggiungendo la sua ragazza in un altro campo giochi, in una zona più salubre, in riva ad un lago montano. Ma l’epidemia arriva ben presto anche lì e Bucky si autoconvince di esserne il portatore sano.

Il resto del romanzo è incentrato sul complesso di colpa che il ragazzo si porterà dietro per il resto della vita, dopo che la nemesi si è abbattuta su di lui. Rifugge Dio – “che parte aveva in tutto ciò” – e si allontana dalla comunità ebraica di cui fa parte. Roth lascia le conclusioni ad Arnie, un ex-ragazzo del campo giochi, sopravvissuto ma minato nel fisico anche lui come Bucky, che scopriamo nell’ultimo capitolo essere il narrante. Invano cerca di risollevare il suo vecchio animatore: “Ma se il criminale è Dio, allora non puoi essere un criminale tu”. Insomma un bel libro sulla colpa e l’espiazione, scritto magnificamente bene nel tipico stile del grande scrittore americano.

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