Ho letto “Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon

Era arrivato a un incrocio che gli pareva di riconoscere. Un night stava chiudendo. Sul marciapiede, gli ultimi clienti aspettavano invano un taxi.
Da questa frase potrebbe sembrare un Simenon qualunque, un Maigret ambientato a Parigi nelle atmosfere dei night che lo scrittore belga conosceva bene. E invece pagina dopo pagina prende forma un romanzo intrigante e intimista, di una modernità incredibile, tanto che sembra scritto oggi e non nel 1946. Una storia senza età, dunque, ambientata nella più tentacolare delle metropoli.
C’era un’aria di baldoria e di svaccamento, l’aria di quelle notti in cui ci si trascina senza decidersi ad andare a dormire, l’aria di New York, anche, con la sua violenta, tranquilla sregolatezza.
Due personaggi sbandati (perduti?) si incontrano nella notte newyorkese e si trascinano da un bar all’altro fino al mattino quando, ubriachi fradici, devono decidere cosa fare, dove andare. E allora François, attore francese in profonda crisi professionale ed esistenziale, trascina Kay – “E’ la classica donna delle tre di notte, quella che non sa decidersi ad andare a dormire….” – nel primo albergo che trova.
E da quel marchingegno circonfuso di una luce arancione uscì, dolcissima, quasi confidenziale, una di quelle melodie che per sei mesi o un anno, sussurrate da una voce tenera e insinuante, servono a cullare migliaia di amori.
La scena si ripete per altre notti mentre poco a poco cominciano ad aprirsi, a conoscersi: Stava arrivando il momento delle confidenze? Lo temeva e lo sperava insieme. I due non sono più giovanissimi, entrambi fuggono da qualcosa. Le confidenze reciproche continuano, ma aprono ferite, generano sconquassi emotivi e poi stupide gelosie, inutili tra due persone che si sono appena conosciute.
Era sicuro che lei mentisse.. Forse non s’inventava tutto di sana pianta, cosa di cui peraltro la riteneva capace, ma quanto meno, deformava, esagerava, ometteva.
Dalla camera d’albergo passano alla camera di lui che la prima sera aveva avuto il pudore di non portare Kay subito lì.
La quiete della camera, che li accolse con la luce accesa, aveva un che di misterioso. Lui aveva creduto che fosse squallida, e invece era tragica, e a renderla tragica erano la solitudine e l’abbandono.
La terza camera è quella che Kay occupava a casa di un’amica e da cui è stata costretta a sloggiare. François la accompagna a ritirare le sue cose.
Quella mattina, nel freddo pungente di un’alba di ottobre, si sentiva come uno che ha tagliato i ponti con tutto.
Come due naufraghi restano aggrappati l’uno all’altra per sopravvivere. Un amico dei tempi del cinema cerca invano di convincere François a desistere da quella storia folle e senza senso e a riprendere la carriera di attore. Ma è la donna delle “tre di notte”, aldilà del suo passato burrascoso, che si dimostra la più assennata dei due e capace di pensare a qualcosa che assomigli a un futuro.
Sembrava quasi che non ci fosse davvero altra via d’uscita, e che il Destino si assumesse il compito di rimettere le cose a posto.
Di Georges Simenon ho ancora moltissimo da scoprire. E’ una miniera inesauribile e lo è anche per il cinema. Da Tre camere a Manhattan nel 1965, con la regia di Marcel Carné, venne ricavato un film che fu presentato a Venezia. Ne erano interpreti Maurice Ronet e Annie Girardot, che vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Devo vederlo.

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Una risposta a Ho letto “Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon

  1. Marianna scrive:

    Ciao,
    ho cominciato a leggere questo libro qualche giorno fa nei ritagli di tempo …..e mi prende parecchio…non so ancora perchè, forse lo capirò alla fine…

    Marianna

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