Ho letto “Il mistero del terzo miglio” di Colin Dexter

Provo un divertimento infinito ogni volta che leggo una indagine dell’ispettore Morse e vorrei che i libri che opportunamente Sellerio sta ripubblicando non finissero mai. Mi rendo conto invece che la serie ha un numero ben definito (13 romanzi) e che l’ottuagenario scrittore non pubblica più dal 1999, salvo una guida alla soluzione di giochi enigmistici (2010), seconda passione di Colin Dexter, trasferita pari pari al suo personaggio Morse, e la prefazione ad un compendio di storia letteraria di Oxford – città degli scrittori: Dr Johnson, Oscar Wilde, C.S. Lewis… – (2007). Ma proprio grazie a Dexter, Oxford è diventata anche capitale del crimine, peraltro circoscritto all’ambiente cattedratico, e oggi frotte di turisti si riversano nella città universitaria alla ricerca dei luoghi descritti nei suoi romanzi.
Negli ultimi tempi il suo consumo di cibo, tabacco e alcol si era attestato a livelli di dipendenza clinica e, giunto all’età di cinquantadue anni, aveva deciso per l’ennesima volta che il suo stomaco, così come i suoi polmoni e il suo fegato, avevano urgente bisogno di qualche giorno di astinenza totale.
Il romanzo si divide in tre parti, come le miglia del titolo, che a sua volta fa riferimento a un versetto biblico (E chiunque ti costringa a seguirlo per un miglio, fanne con lui due. Matteo 5,41). Subito Dexter ci fa capire che la storia che andremo a leggere ha le sue fondamenta in una vicenda che si è consumata tra le truppe inglesi durante la guerra d’Africa, precisamente a El Alamein. Fu un episodio di codardia da parte di un ufficiale a dare origine a un odio covato per vari decenni e quindi a una vendetta postuma. O così pare. Perché il corpo ripescato in un canale, senza testa, mani e gambe, ma perfettamente vestito, pare essere quello del professor Browne-Smith, dell’Università di Oxford, di cui si sono perse le tracce dopo essere stato dapprima in un topless bar di Soho e poi in una camera con un’avvenente prostituta.
Pare strano dover riferire che Morse, con il mestiere che si era scelto, oltre che di acrofobia, aracnofobia, misofobia, ornitofobia incurabili, soffriva anche di necrofobia.
Come sempre nei romanzi di Dexter, di fronte a questi misteri, il mondo dei docenti si chiude a riccio, a difesa di segreti che ognuno detiene e che in genere si possono suddividere in due grandi categorie: quelli a sfondo sessuale e quelli di tipo carrieristico. Quindi, dal ritrovamento di quel corpo orrendamente mutilato, trascorrono alcune settimane prima che Morse riesca a capirci qualcosa. Nel frattempo affida al sergente Lewis il lavoro più noioso e prende le prime cantonate. A metterlo fuori strada sono i vestiti del morto e una lettera fradicia, mezza strappata e quasi illeggibile che Morse, da enigmista esperto, non ha difficoltà a decifrare.
In quel momento l’ispettore era raggiante di gioia e guardò Lewis con la soddisfazione di un uomo affacciato al balcone dell’infallibilità.
I sospetti si addensano sul professor Westerby, attualmente in vacanza in Grecia, nemico giurato di Browne-Smith per questioni di rivalità cattedratica. La seconda cantonata di Morse è attribuire il cadavere a Westerby, dopo aver ricevuto una strana lettera proprio da Browne-Smith che, per inciso, era stato suo insegnante durante la sua breve e mai terminata carriera studentesca. Il professore lo mette al corrente di alcuni fatti recenti, partendo però da quanto accaduto tanti anni prima in Africa: non una vera e propria confessione, ma un nuovo tentativo di depistare le indagini.
Quando ebbe terminato di leggere la lunga missiva aveva in volto quell’espressione di compiacimento che hanno gli uomini quando la loro intelligenza, dopo essere stata messa in dubbio, viene confermata dai fatti.
La faccenda si ingarbuglia ulteriormente: Morse e Lewis si recano a Londra alcune volte, nei bassifondi di Soho e in palazzi eleganti; compaiono due anziani gemelli anche loro combattenti in Africa e oggi in affari in alcuni locali equivoci; vengono ritrovati nuovi cadaveri. Ma se muoiono tutti i sospettati, alla fine chi può essere stato? La folgorazione arriva a Morse casualmente, aprendo una copia della Bibbia e andando a cercare quel versetto di San Matteo sul secondo miglio.
Sapendo che Morse diventava sempre più aggressivo quando non era sicuro di sé, e soprattutto se c’era di mezzo la “psicologia”, una disciplina che l’ispettore si vantava di disprezzare, Lewis rimpianse di essere intervenuto.
Naturalmente l’ispettore tiene per sé la sua intuizione e bisognerà leggere freneticamente le ultime pagine del romanzo per avere una ricostruzione completa (e comprensibile) dei fatti. E’ forse l’inchiesta più avvincente tra quelle edite da Sellerio finora. Una bella lettura, davvero.
The Riddle of the Third Mile è del 1983 e come tutti i romanzi sull’ispettore Morse è entrato nella serie di 33 episodi televisivi andati in onda in Inghilterra tra il 1987 e il 1993. Del 1992 è la prima edizione italiana nella collana dei Gialli Mondadori.
“Lo sa, Lewis, ci sono state migliaia di occasioni nella mia vita in cui non desideravo altro che una terza birra, ma è la prima volta che mi capita di desiderare così intensamente un terzo caffè!”

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