Ho letto “Non è stagione” di Antonio Manzini

Arrivato alla terza storia della saga del vicequestore Rocco Schiavone, esiliato per motivi disciplinari in Valle d’Aosta, Antonio Manzini introduce la ‘ndrangheta, il riciclaggio, i sequestri di persona. Del poliziotto romano, mal adattatosi al clima di montagna, ormai conosciamo molto per avere letto le due puntate precedenti, Pista nera e La costola di Adamo. Ma non tutto, così Manzini può far emergere dal burrascoso passato del suo personaggio pericolose vicende che si intrecciano all’inchiesta in corso, come quella tragica che conclude Non è stagione che, non spiegata a sufficienza, apre ulteriori sviluppi per infiniti altri romanzi. Non si può fare colpa a Manzini – ormai fa prevalentemente lo scrittore – se Antonio Sellerio lo incalza per sfornare nuove storie al ritmo di una all’anno. Devo aggiungere: per la gioia del lettore!
Il clichè è quello collaudato. Schiavone è un poliziotto sopra le righe e fuori dagli schemi: spinella senza soste (le preghiere laiche quotidiane), acchiappa donne ovunque può, vessa i sottoposti – Deruta e D’Intino sono la copia tonta del Catarella di Montalbano e il vicequestore li paragona ai fratelli De Rege – e i colleghi, ma con il fido Italo Pierron ha trovato anche il modo di arrotondare lo stipendio. In ogni caso è persona di buon cuore e poliziotto di grande intuito. Con questa storia si entra nel mondo delle grandi imprese familiari valdostane, degli appalti regionali, delle banche. Non tutto è oro quel che luccica: i potenti suv, le strepitose ville sulla collina di Aosta, le case con mobili antichi e dipinti d’autore. C’erano schizzi di sangue anche sul muro del salone e su un olio di Schifano. Gli parve strano come, da quello sbuffo rosso, il quadro sembrasse addirittura guadagnarne.
C’è anche la crisi che si fa sentire, i pagamenti che tardano e di conseguenza le buste paga dei dipendenti si fermano. Allora interviene il mondo del credito, ma le banche amiche arrivano fino a un certo punto, poi c’è la zona grigia dei prestasoldi che ovviamente arrivano da fuori. Il contatto con la malavita non è indolore per i genitori di Chiara Berguet, la ragazza rapita, perché il marcio ha già intaccato anche gangli della vita valdostana. Rocco Schiavone prende a cuore il caso e non ci dorme la notte. Intanto su Aosta nevica, di maggio, è neve fuori stagione. Aosta s’era svegliata bianca e Rocco uscì dalla questura maledicendo tutte e quattro le stagioni, maggio e soprattutto quella terra snobbata dal sole.
Non sono originali gli atteggiamenti di Schiavone nei confronti delle autorità giudiziarie, tende a fare da sé e a comunicare gli eventi a cose fatte, come abbiamo visto fare ad altri investigatori, italiani e non. Così con il suo capo, il questore Costa (“Si ricordi che io tengo per il Genoa. E sono abituato a vivere in costante pressione”), così con il giudice Baldi (Lo sport preferito nelle procure è quello di vomitare notizie riservate). Ed è irrilevante che le chiavi per la soluzione ogni volta arrivino dall’anatomopatologo di turno, in questo caso Farinelli, tanto poi il vicequestore deve metterci del suo, con l’Armata Brancaleone che ha a disposizione: la punzecchiatura contro le dotazioni sempre più scarse della polizia (quella vera) arriva puntuale e anche insistita.
E alla conclusione di ogni azione positiva, Schiavone tende a farsi da parte e a restare da solo con il suo malumore, complici il suo passato e il clima della Vallée…
Cazzo no, pensò Rocco. La conferenza stampa no. La conferenza stampa nella scala delle rotture di coglioni stazionava al nono posto.
Mi sono divertito. Viene voglia di leggerlo?    

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Una risposta a Ho letto “Non è stagione” di Antonio Manzini

  1. Daniela scrive:

    Ormai Rocco Schiavone è uno di famiglia.Terminato un libro non vedo l’ora che esca quello dopo.
    Complimenti ad Antonio Manzini!

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