Ho letto “Viaggio in Portogallo” di José Saramago

Mai nessuna mia lettura fu così tempestiva e propizia. Mi ha impegnato tutto il mese di maggio, alla vigilia di un viaggio, all’inizio di un’estate che auspico foriera di altri viaggi, nell’attesa di quell’altro, l’ultimo, quello definitivo, obbligatorio, che spero di poter fare il più tardi possibile. Con queste 500 pagine Saramago mi ha dato tanto. E’ il “suo” viaggio in Portogallo e nessun altro ne potrà fare uno simile.
La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare probabilmente è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo. Tranne uno, aggiungo io. Lo scrittore portoghese parla di sé come del viaggiatore, in terza persona: Quando il viaggiatore si è svegliato, stava appena rischiarando, si è reso conto che non era stato il rumore della corrente del fiume a cullarlo. Pioveva, le gronde riversavano cateratte sulle mattonelle del terrazzo. Tutto il libro è di questo tenore, Saramago visita centinaia di luoghi e i toponimi sono impossibili da ricordare. Giusto qualcosa dei miei tre viaggi in Portogallo mi sovviene, ben poco rispetto ai luoghi che ci fa visitare: chiese, monasteri, rovine, castelli diroccati, villaggi, fiumi, colline. Con abbondanza di riferimenti storici e letterari. E osservazioni sulla natura. Ricchezze e miserie. Siamo questo e quello, ed eccellenti distruttori dei beni che possediamo.
Ma ciò che rimane di questo libro è soprattutto il metodo. Saramago distingue tra viaggiatore e turista. Il viaggiatore scopre, il turista trova. Il viaggiatore è sempre combattuto tra il voler vedere tutto e il trattenersi in ogni luogo. Due cose inconciliabili.
Se c’è una cosa che il viaggiatore apprezza è sapere il perché dei nomi delle cose ma non crede certo a qualunque storia vadano a raccontargli.
Saramago è un instancabile rompiscatole. Non si ferma davanti a edifici chiusi se ritiene che all’interno ci sia qualcosa da vedere o da scoprire. Bussa a tutte le porte degli abitanti di un villaggio, come elemosinando, ma non cerca soldi né cibo, solo il custode di una chiave che può aprire una porta. Viene anche guardato con sospetto e preso a male parole, ma quasi sempre ottiene ciò che vuole. E a volte si arricchisce di storie e aneddoti che gli abitanti di un luogo gli raccontano.
Indulge poco alla modernità, sembra un viaggiatore di altri tempi. Fa pochi accenni al suo mezzo di locomozione, quasi che usasse un cavallo anziché un’automobile. Il telefono e i collegamenti con il mondo esterno al suo percorso non ci sono. Locande e ristori appaiono poco, solo quando non può farne a meno. Ma sono sempre momenti memorabili.
E’ ora di pranzare e, se possibile, comodamente. E il viaggiatore non potrà certo lamentarsi del vitto. E’ andato da “Nicola”, dove l’ha servito uno di quei camerieri, ormai rari, che rispettano e fanno rispettare la professione, con i gesti, le parole, la dignità.
Dicevo del metodo, Saramago insegna che il viaggio non finisce mai, perché la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Nei posti bisogna tornare, vedere quel che si è già visto, di giorno quel che si è visto di notte, d’inverno quel che si è visto d’estate, con il sole ciò che si è visto con la pioggia. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
Ecco il grande insegnamento di questo libro, non già un manuale o una guida turistica, perché ognuno deve scoprire da sé.

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Una risposta a Ho letto “Viaggio in Portogallo” di José Saramago

  1. angelo scrive:

    sto leggendo quel libro come fonte di ispirazione per un viaggio in Portogallo che non ha ancora preso forma ma vorrebbe esser lento e meditativo come quello del grande Saramago. tanto che vorrei compierlo a due ruote, con poco bagaglio e non troppa fatica, senza prefissare una tabella di marcia e un ritmo.
    condivido le lodi scritte nella bella recensione e la conclusione sulla finalità di quel libro: non guida di viaggio tradizionale ma stimolo alla curiosità individuale. forse, volendo a tutti i costi trovare una pecca, la troverei nella non abbondanza di descrizioni paesaggistiche le quali poco avrebbero distolto il lettore dal significato globale dell’opera fondata sull’interiorità.

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