Ho letto “Il bene sia con voi!” di Vasilij Grossman

Le relazioni fra persone di nazionalità diverse arricchiscono la convivenza umana rendendola più pittoresca. E la condizione necessaria per tanta ricchezza, la prima in ordine di importanza, quella principale, è la libertà.
Nel 1961 Vasilij Grossman (1905-1964), dopo che il KGB gli aveva appena sequestrato il suo romanzo epico Vita e destino sulla guerra contro il nazismo, intraprende un viaggio in Armenia dove è atteso per tradurre in russo l’opera di uno scrittore locale, tal Martirosjan. Sul soggiorno a Erevan e dintorni Grossman scrive degli appunti di viaggio che compongono un racconto di cento pagine che dà il titolo a questo volume. Non sono solo osservazioni sui luoghi e sulle persone che incontra ma getta anche uno sguardo sul mondo in generale.  Continua a leggere

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Ho visto “Ready Player One” di Steven Spielberg

Non ho mai preso in mano la console di una playstation (è che proprio non mi piace giocare!), detesto la realtà virtuale ed e-scappo lontano dalle proposte di escapismo. Tutto ciò invece è contenuto nel nuovo film di Spielberg che comunque sono andato a vedere, se non altro per la firma dell’autore, e per quel poco che ne ho capito sono rimasto affascinato. Tanto che mi sento di consigliarlo a figli e nipoti dei miei amici.
A Columbus, Ohio, nel 2045 la vita è veramente tremenda per la popolazione, ridotta in miseria come tutta l’umanità. La gente vive in città decadenti formate da container accatastati l’uno sull’altro. L’unica fuga dalla miseria è rappresentata dall’immersione in una realtà virtuale, rappresentata da Oasis, un gioco in cui ognuno può essere, fare, diventare ciò che vuole. Tutti passano il tempo con indosso un visore, rinchiusi nei loro avatar e si muovono come forsennati interdipendenti in strada o in casa.  Continua a leggere

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Ho letto “Numero undici” di Jonathan Coe

L’umorismo politico è l’esatto opposto dell’azione politica.
Numero undici
 è l’ultimo romanzo dello scrittore di Birmingham che pubblica regolarmente un libro ogni 3-4 anni. E’ la solita satira graffiante e divertente contro pezzi della società e della politica britannica. Questa volta Jonathan Coe riesuma una vicenda del 2003, il suicidio dello scienziato e osservatore ONU David Kelly, che aveva rivelato in una intervista rilasciata alla BBC le bugie di Tony Blair sulla guerra in Iraq. Ricorderete, era il famoso dossier sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein. Un suicidio sul quale sono rimasti forti dubbi e che ha ispirato canzoni e pièce teatrali. Lo sfondo di Numero undici è quindi politico, ma anche culturale e sociale. Coe sviluppa il romanzo attraverso cinque capitoli connessi tra loro, tenuti insieme da un fatto o da un personaggio.
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Ho letto “Il commesso viaggiatore” di Arnaldur Indriðason

Sono un cultore di Indriðason, come si può evincere dalle recensioni di tutti i romanzi pubblicati in Italia da Guanda della serie di Erlendur Sveinsson. Non so se lo scrittore islandese abbia abbandonato definitivamente il commissario di Reykjavík (spero che si sia preso solo una pausa, altrimenti dica chiaramente che la saga è finita), ma quest’altro romanzo uscito nel 2017 non mi ha convinto per nulla. Già in altri romanzi Indriðason aveva inserito casi irrisolti che affondavano le radici negli anni della seconda guerra mondiale. Questo si svolge invece totalmente nel 1941, in pieno conflitto, con l’Islanda, ultimo baluardo contro il dilagare del nazismo in Europa, occupata dalle truppe angloamericane. Sono presenti così tanti militari che la popolazione maschile dell’isola è praticamente raddoppiata. Si è creata quindi quella che i locali chiamano la “Situazione”, un insieme di relazioni tra donne islandesi e soldati, contrastata dalle autorità e dagli stessi vertici militari. Molte donne sfruttavano questa condizione per emanciparsi e sfuggire alla povertà: alcune aprivano attività come le lavanderie per l’esercito, tutte rincorrevano il sogno di sposare un americano e di scappare dall’isola. E nella “Situazione” fioriva la prostituzione, crescevano aborti, anche tra le minorenni, tradimenti, furti.
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Ho visto “Petit Paysan – un eroe singolare” di Hubert Charuel

Se lo scopo era mettere l’accento sulla vita di emme che fanno gli allevatori, Hubert Charuel c’è riuscito perfettamente. Pierre ha trentacinque anni e una fattoria con trenta vacche da latte che gli hanno affidato i genitori. Ha una sorella che ha scelto di fare il veterinario e in un certo senso gravita attorno alla stalla cercando di dare buoni consigli. La mamma vorrebbe che frequentasse una giovane panettiera, ma Pierre non ha occhi che per le sue mucche, accudite, vezzeggiate, adorate. E poi non ha tempo, la sua vita è scandita dal lavoro: mungere, portare le mucche al pascolo, pulire la stalla, assistere alla nascita di un vitellino. Tempo libero da trascorrere con gli amici? Neanche a parlarne. Probabilmente la dimensione della fattoria non gli consente di stipendiare un aiutante né di fare investimenti in tecnologia, come quelli fatti da un amico poco distante che ha una stalla modello con mungitura completamente automatizzata. Continua a leggere

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Ho letto “Il conte di Saint-Germain” di Alexander Lernet-Holenia

A pensarci bene… il Bello, quando è mescolato col Brutto, non serve più a nulla; diventa soltanto ancora più insopportabile del Brutto.
Potrebbe essere un bel romanzo a tinte gialle se Lernet-Holenia non lo avesse infarcito di digressioni a decine che appesantiscono la lettura e quasi sempre non portano da nessuna parte. Anche il Conte Saint-Germain, alchimista e avventuriero che si dice fosse immortale e celebrato in varie opere letterarie, dalla novella La dama di picche di Aleksandr Puškin al romanzo di Umberto Eco Il pendolo di Foucault, è soltanto un pretesto. Così come il personaggio di Des Esseintes è mutuato dal romanzo di Joris Karl Huysmans,  À rebours (1884). E ancora, tanto per rimanere in tema, Lernet-Holenia riporta, quasi testualmente, un racconto di Hugo von Hofmannsthal, Das Märchen der 672. Nacht (La novella della 672ª notte, 1895). Insomma più che un romanzo Il conte di Saint-Germain (1948) sembra un patchwork letterario. Lernet-Holenia lo ambienta negli anni che precedettero l’Anschluss e termina proprio nel 1938 con l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Continua a leggere

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Ho letto “Il boulevard delle ossa” di Léo Malet

…ma è pazzesco come il signor Omar Goldy sembri fregarsene delle gambe delle donne e di tutto il resto. Vi giuro che c’è gente così! Incredibile…
Ritrovo Nestor Burma in questa avventura che nell’abbondante produzione di Léo Malet si situa subito dopo Le torbide acque di Javel (entrambi sono stati pubblicati nel 1957). Questa volta è molto presente l’avvenente assistente Hélène all’agenzia d’investigazione Fiat Lux. Insieme hanno appena vinto due milioni alla lotteria, ma le vicende di cui si devono occupare impediscono ai due di godere della vincita.
Un mercante di diamanti ebreo, Omar Goldy, si è rivolto all’agenzia per chiedere di risolvere il caso del figlio di un amico rimasto coinvolto in una brutta storia con una donna. Ha informazioni piuttosto approssimative che coinvolgono la mafia cinese e un giro di prostitute russe d’alto bordo. Burma è interessato e accetta l’incarico.
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Ho letto “Mai dimenticare” di Michel Bussi

Fa’ attenzione, Jamal, sulla falesia l’erba sarà scivolosa. Scoperto questo narratore, Michel Bussi, inauguro un nuovo filone di letture ‘geografiche’, i gialli ambientati in Normandia, mentre in una categoria del mio blog sono già elencati quelli che ho letto sulla Bretagna (Jean Failler, Jean-Luc Bannalec, Pierre Loti, Roger Vercel…). Ai luoghi dove si svolge questo giallo – Étretat, Yport, Fécamp – mi legano buoni ricordi e ho ben presente le falesie su cui prende inizio tutta la storia, anzi la falesia più alta d’Europa: 120 metri. Ed è la vicenda che ha per protagonista un ragazzo trentenne, Jamal Salaoui, che la racconta in un diario. Jamal lavora in un istituto terapeutico per ragazzi a La Courneuve, nell’Île-de-France e si trova in Normandia per allenarsi in vista dell’Ultra-Trail del Monte Bianco. Ha una protesi di carbonio sotto il ginocchio sinistro e vuole essere il primo atleta con quel tipo di handicap a partecipare e a tagliare il traguardo alla più dura corsa del mondo. Durante un allenamento sulla falesia, di mattina presto, incontra una bella ragazza ferma proprio sul ciglio del precipizio. Pare avere la ferma intenzione di gettarsi di sotto. Jamal cerca di afferrarla per una mano ma la ragazza gli sfugge. Continua a leggere

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Ho letto “Il ritorno del maestro di danza” di Henning Mankell

Da qualche anno avevo interrotto la lettura dei gialli di Henning Mankell per poterli centellinare quando sarei stato in quiescenza. Ho ricominciato con questo, scritto nel 2000 dal maestro del giallo svedese, che si colloca più o meno a metà della sua produzione letteraria escludendo la serie del commissario Wallander. Come sempre la lettura è avvincente e le 490 pagine scorrono senza lasciare tregua. L’argomento è evidente fin dalla copertina, dove compare una svastica disegnata ai piedi di due ballerini di tango. Credo che Mankell abbia voluto denunciare un certo clima che aveva riscontrato nel suo paese. Non so se sia ancora così a diciotto anni di distanza, ma a giudicare da quanto avviene in Europa c’è da essere preoccupati.
Lo spunto è l’omicidio di Herbert Molin, poliziotto in pensione, ritiratosi in un casolare sperduto nel nord della Svezia. Si scoprirà che in gioventù si era arruolato, come tanti svedesi, nelle famigerate Waffen-SS. Continua a leggere

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Ho visto “The Post” di Steven Spielberg

Gli americani hanno questa caratteristica. Combinano pasticci in casa loro e in ogni parte del mondo e poi ci fanno su un bel film. Un bravo regista, un cast stellare, immagini spettacolari e si autoassolvono lavandosi la coscienza. Come se non bastasse spesso si autoassegnano una bella statuetta. Gli spunti in tal senso non mancano mai, neppure oggi, ma la cinematografia sembra prediligere i mis-fatti del secolo scorso. I film sul giornalismo, da Quarto potere di Orson Welles (1941) in poi, fanno categoria a parte nel variegato mondo del cinema. Ci sono esempi a decine. Quest’ultimo lavoro di Steven Spielberg sancisce ancora una volta quanto contenuto nel Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello che tra l’altro garantisce la libertà di parola e di stampa. Continua a leggere

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