Ho visto “Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra

Come fare di un libro emozionante un film noioso. Ce lo insegna Ritesh Batra, il regista di Mumbai a cui si deve l’invece riuscitissimo Lunchbox (2013). C’è da dire che l’impresa era difficilissima, perché quanto più un romanzo è semplice e delicato tanto più è difficile renderlo in immagini. Certo non ha aiutato scomodare due mostri sacri del cinema mondiale come gli ottantenni Jane Fonda e Robert Redford (nel libro i personaggi hanno suppergiù dieci anni in meno). Entrambi portano sullo schermo il fascino della loro storia ma lasciano nello spettatore l’inevitabile scoramento per il tempo che è passato. Intendiamoci, fanno del loro meglio, ma avrei preferito vedere il film interpretato da due attori semisconosciuti ma meglio calzanti nelle parti. In ogni caso la critica li ha apprezzati (non so se per l’interpretazione o per omaggio alle loro carriere) e ha promosso il film. Continua a leggere

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In attesa di Banville ho letto “Ritratto di signora” di Henry James e guardato il film di Jane Campion

Che fare della miseria del mondo in uno schema di personale felicità?
Mi sono domandato perché John Banville abbia scritto un seguito del romanzo di Henry James e allora sono andato a riprendere Ritratto di signora che all’epoca del mio biennio di studi di letteratura inglese con il prof. Claudio Gorlier e di letteratura nordamericana avevo soltanto sfiorato. Che avrà di così attraente questo romanzo del 1881 ambientato soprattutto in Italia pochi anni prima, ma soprattutto, perché Banville è rimasto tanto affascinato da Isabel Archer da dedicarle una seconda vita? Così mi sono dilungato per due settimane nella lettura di questo libro, ormai non più avvezzo ad una letteratura così dettagliata, puntigliosa, precisa, che spacca il capello in quattro e in cui ad ogni capitolo fa irruzione il narratore: (Il biografo della nostra eroina non sa dir bene perché, ma questa domanda la fece trasalire e portò sulle sue guance un consapevole rossore). Continua a leggere

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Ho visto “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini

Il film mi è arrivato come un diretto al plesso solare e sono rimasto senza fiato. Mi sono agitato sulla poltrona, cercando quasi di sfuggire a quelle immagini. Poi non ho dormito bene, a lungo sveglio ho cominciato a ragionare su varie cose. Sul significato di custodia cautelare. A che razza di custodia è stato sottoposto il povero Cucchi. Che significa? Per non fare del male, per non farti del male o perché del male non ti venga fatto? A parte le botte, uno si lascia morire d’inedia e nessuno interviene, in una sequenza di menefreghismo sconcertante. Poi mi sono focalizzato sulla vicenda di Stefano che ho letto come qualcosa di molto simile alla passione di Gesù Cristo. Sofferenza e agonia come nostro Signore. Fate caso allo svolgersi dei fatti. Si può persino individuare Ponzio Pilato nel sistema giudiziario e carcerario. Così come il passaggio dal letto della cella all’obitorio può essere visto come la deposizione dalla croce, unico momento in cui traspare un barlume di umanità. Tanto che il titolo più giusto sarebbe Passione e morte del geometra Stefano Cucchi.
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Ho letto “Così giocano le bestie giovani” di Davide Longo

Arcadipane guarda le ossa. Non sono bianche e nemmeno gialle, ma verde pallido, pistacchio.
Di Davide Longo avevo già letto Il mangiatore di pietre (2005), storia di montagna, di ex-contrabbandieri  trasformati in porteur, tema quanto mai attuale. Poi mi sono perso le uscite successive fino a questo romanzo che è del 2018, preceduto da Il caso Bramard incentrato su un investigatore che ritroviamo qui.
“Noi non seguiamo un caso”, gli aveva detto un giorno Bramard, “è il caso che insegue noi”.
Mettere insieme in un’inchiesta un poliziotto, il commissario Arcadipane, e il suo mentore ed ex capo, Corso Bramard, non è una novità nella letteratura noir. Soprattutto se l’indagine riguarda un cold case e più freddo di così proprio non si può. Lo aveva già fatto Arnaldur Indriðason nelle storie con Erlendur Sveinsson e il suo capo Marion Briem. Anche la crisi esistenziale e familiare di Arcadipane non è molto originale. Si direbbe, niente di nuovo allora! Invece no.  Continua a leggere

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Ho letto “Brigata Tre Confini” di Paolo Alberto Cattaneo

Sono sorpreso e rinfrancato nello scoprire che ci sono ragazzi che hanno voglia e curiosità di andare a indagare e ricostruire pagine di storia che a nessun costo dovrebbero essere dimenticate. Lo fa con il garbo dello scrittore e la caparbietà del ricercatore il giovane Paolo Alberto Cattaneo che con questo scritto ricostruisce la storia della Divisione Matteotti “Renzo Cattaneo”, riportando alla luce pagine di vita partigiana. Renzo Cattaneo, precoce caposquadra di una formazione che operava tra la Valle di Lanzo e Rubiana e poi attorno a Canale d’Alba, fu catturato e rinchiuso nelle famigerate segrete di via Asti, poi condannato a morte dai fascisti e fucilato a Moncalieri, non ancora diciassettenne, il 27 luglio del 1944. E’ Medaglia d’oro al valor militare. In suo nome avevano continuato a combattere il padre Pietro e il fratello Gino, comandante della Brigata “Tre Confini”, che prese il nome appunto dalla zona delle operazioni, tra  Torino, Asti e Alba, ma in particolare attorno ai comuni di San Damiano, Canale, Cisterna, Ferrere.
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Ho visto “Mary Shelley” di Haifaa al-Mansour

Presentato al Torino Film Festival 2017, il film segue la storia di Mary Godwin Wollstonecraft, dai 16 anni e quindi dall’incontro con Percy Bisshe Shelley fino alla pubblicazione del suo capolavoro, Frankenstein, o il moderno Prometeo.
Come in tutti i biopic la vicenda originale viene di molto sfrondata in fase di scrittura e tuttavia mantiene gli elementi essenziali del percorso umano e letterario di questa donna, anticonformista e femminista ante litteram, ad un’età in cui le giovani d’oggi neppure se lo sognano. Mi pare persino ozioso raccontare la trama e il clima di libertinaggio in cui vivevano i due poeti, Shelley e Lord Byron. Più interessante è apprendere la genesi del capolavoro di Mary Godwin, allora non ancora maritata Shelley in quanto il poeta era vincolato da un precedente matrimonio.
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Ho letto “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek

La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno.
Confermo che non vado d’accordo con i premi letterari. Devo starne lontano e avvicinarmi alla lettura dei libri vincitori soltanto dopo che il tempo, a volte tanto tempo, ne ha determinato la bontà. Così sostengo e ripeto da sempre. Sulla vincitrice del Premio Strega 2018 sono inciampato perché mi intrigano le storie sulla guerra di Spagna. Avevo ancora negli occhi il film di Philip Kaufman Hemingway & Gellhorn (2012) e nella mente il libro Un momento di guerra di Laurie Lee. Helena Janeczek ha scritto un romanzo biografico sulla vita di Gerda Taro, per un breve tratto compagna di Robert Capa e fotografa a sua volta. Per farlo si è documentata in profondità su quanto, in lingua tedesca, era già stato scritto su entrambi. Continua a leggere

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Ho visto “Lucky” di John Carroll Lynch

Pare di vedere Travis camminare lungo una ferrovia abbandonata nel deserto del Mojave, ma sono passati 35 anni e quello era Paris Texas. Ora Harry Dean Stanton è giunto alla stazione finale, morto a 91 anni nel settembre 2017. Ma ha fatto in tempo a lasciarci questa chicca cinematografica, una specie di suo personalissimo testamento. Lucky è un film sulla vecchiaia e sull’approssimarsi della fine. Uno specchio per tutti noi se avremo la fortuna di arrivare a 90 anni. Non ha avuto problemi nell’esibire la sua nuda magrezza, ma ciò che più conta è che ha messo a nudo la propria anima.
Nel film diretto da John Carroll Lynch, Harry Dean Stanton interpreta praticamente se stesso, un vecchio di 90 anni che vive da solo nella periferia di una piccola città, probabilmente in Arizona (le immagini del deserto sono state girate nel Cave Creek Park).
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Ho visto “The Party” di Sally Potter

E’ un bel film, anche divertente, che ora mi piacerebbe vedere a teatro. Perché pare proprio fatto apposta per essere recitato su un palcoscenico. La scrittura di Sally Potter infatti si attiene perfettamente alle tre unità aristoteliche: di tempo, di azione, di spazio. Si svolge nella casa dei coniugi Bill (Timothy Spall) e Janet (sala, cucina, bagno, giardino), in poche ore (giusto la durata di un party che non ha neppure il modo di decollare) e riguarda tutti i sette personaggi presenti. Janet (Kristin Scott Thomas) ha invitato pochi amici per festeggiare la sua nomina a ministro della salute del governo ombra laburista inglese. Spignatta in cucina, mentre il marito beve vino rosso e mette vinili in continuazione sul giradischi nel salotto, in attesa dell’arrivo degli ospiti. Che sono un’altra coppia, April (Patricia Clarkson) e Gottfried (Bruno Ganz), Martha (Cherry Jones), Jinny (Emily Mortimer) e Tom (Cillian Murphy). Questi annuncia che verso la fine della festa arriverà anche la moglie Marianne, trattenuta da un’altra parte. Presto ci si chiede che cosa leghi tra loro tutta questa gente. Jinny e Tom sono i più giovani, tutti gli altri anche oltre la sessantina. Continua a leggere

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Ho visto “Oltre la notte” di Fatih Akin

La proiezione termina con un cartello che ricorda quanti attentati sono stati commessi tra il 2000 e il 2007 in Germania da un movimento neonazista, l’NSU (Nationalsozialistischer Untergrund), con morti e feriti. Tutti avevano per oggetto cittadini tedeschi di origine straniera. Il film di Fatih Akin (La sposa turca, Soul Kitchen) si ispira a uno di questi attentati, avvenuto a Colonia nel 2004.
Aus dem Nichts – Oltre la notte (2017) è suddiviso in tre capitoli: la famiglia, la giustizia e il mare. Quest’ultimo più semplicemente si potrebbe chiamare la vendetta, ma capisco lo spirito con il quale il regista vuole affrontare l’argomento.
La tranquilla felicità familiare di Katja (una strepitosa Diane Kruger), faticosamente raggiunta, viene distrutta da un attentato in cui muoiono il marito Nuri e il figlio Rocco. Continua a leggere

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