Ho letto “L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Martin Beck, l’incorruttibile, più interessato al numero di piede delle donne piuttosto che al colore dei loro capezzoli.
Scritti tra gli anni ’60-’70 dello scorso secolo, pubblicati da Garzanti e poi ripresi da Sellerio trent’anni dopo, i gialli di Maj Sjöwall e Per Wahlöö conservano oggi tutta la freschezza originale e in questi giorni di reclusione forzata rappresentano un valvola di sfogo (quanto a lettura) da non sottovalutare. Ne avevo letti un paio in precedenza poi avevo abbandonato la serie incentrata sul commissario Martin Beck e su certe atmosfere sociopolitiche svedesi che qualche anno più tardi avrebbe meglio delineato Henning Mankell con la saga di Kurt Wallander a cui affidò il suggestivo sottotitolo di ‘inquietudine svedese’. L’uomo che andò in fumo (Mannen som gick upp i rök) è del 1966.
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Ho letto “Tramonto di un cuore” di Stefan Zweig

Ma come la malattia esiste prima di manifestarsi apertamente, così il destino non comincia solo quando diventa realtà visibile e concreta. Esso impera nello spirito e nel sangue assai prima che dall’esterno arrivi all’anima. 
Il cuore che tramonta è quello del vecchio Salomonsohn, ricco commerciante austriaco in villeggiatura a Gardone, con la moglie e la figlia Erna, diciannovenne. Ha solo 65 anni ma per l’epoca era già un vecchio, lui stesso si considera tale. In quel grande albergo, frequentato da gente brillante ed elegante, si considera un po’ fuori posto. Ma tant’è, ha dovuto cedere ai desiderata delle due donne, mentre i medici, a lui che soffre di frequenti attacchi biliari, avevano consigliato delle cure termali a Karlsbad. Una notte, durante una passeggiata nei corridoi dell’albergo a causa di uno dei suoi attacchi che lo tengono sveglio, vede la figlia uscire dalla stanza di uno sconosciuto. Per il buon Salomonsohn è un colpo atroce. L’indomani, ossessionato dall’immagine lasciva di sua figlia, si interroga su chi può essere stato il bellimbusto che ha circuito la sua tenera ed educata bambina. E lo cerca tra quanti circondano di attenzioni Erna durante il giorno. Continua a leggere

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Ho letto “Forse ho sognato troppo” di Michel Bussi

Chiaro. Il dio burlone non poteva accontentarsi. Vuole arrivare fino in fondo… Lo stesso volo durante il quale la mia vita è precipitata. Il volo su cui è cominciato tutto.
Se la non verosimiglianza è una delle caratteristiche delle storie scritte da Michel Bussi, questo ultimo romanzo (2019) è il meno verosimile di tutti. Eppure era iniziato come una normale storia d’amore e di tradimento. La bella hostess di Air France Nathalie, cinquantatreenne felicemente sposata con Olivier, una sorta di artista del legno, due figlie grandi, due nipotini, una villetta pieds dans l’eau della Senna, rivive una storia di vent’anni prima grazie a un intrico di coincidenze che la portano in pochi giorni a volare a Montréal, Los Angeles e Giacarta, proprio come aveva fatto nel 1999. In quell’occasione aveva tradito il marito con un bel chitarrista, Ylian, imbarcato sul primo volo da Parigi.
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Ho letto “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” di Jonathan Safran Foer

Quando serve un cambiamento radicale, molti sostengono che sia impossibile indurlo attraverso azioni individuali, per cui è inutile provarci. È vero invece l’esatto contrario: l’impotenza dell’azione individuale è la ragione per cui tutti devono provarci.
Leggere questo libro mentre sono recluso in casa per la prevenzione della pandemia è un’altra esperienza significativa. Certo, qui non si tratta di virus, anche se in alcuni passaggi si parla di Jonas Salk e del vaccino contro la polio, bensì di salvare il pianeta attuando dei comportamenti consoni all’obiettivo. Attuare, fare, cambiare le nostre abitudini è l’imperativo di Jonathan, non restare a guardare. Parla ovviamente dei cambiamenti climatici e del rischio che tra qualche decennio si arrivi all’estinzione di massa. Esagerato? Non pare, visto che porta a supporto della sua previsione tanti autorevoli rapporti scientifici. Sappiamo che dobbiamo fare qualcosa – dice – ma l’espressione dobbiamo fare qualcosa di solito è una dichiarazione di incapacità o quantomeno di incertezza.
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Ho letto “Le passeggiate del sognatore solitario” di Jean-Jacques Rousseau

Che cosa c’è da stupirsi se amo la solitudine? Vedo soltanto rancore sui volti degli uomini, mentre la natura mi sorride sempre.
Sia che lo si chiami Le passeggiate del sognatore solitario o Le fantasticherie del passeggiatore solitario, più aderente all’originale francese Rêveries du promeneur solitaire (a seconda delle edizioni), la sostanza non cambia: l’importante è il concetto della passeggiata. Solitaria.  La passeggiata da solo mi affascina, è nel mio dna. Mi rifaccio a quel grande passeggiatore che è stato W.G. Sebald e ai suoi insegnamenti – come e perché passeggiare – contenuti in tanti libri come Gli anelli di Saturno, ad esempio. Ha poi dedicato un intero libro a Robert Walser (Il passeggiatore solitario) che a sua volta ci ha lasciato il mirabile racconto La passeggiata. E infine Sebald si è occupato di Rousseau in un capitolo di Soggiorno in una casa di campagna, in cui troviamo il filosofo che si nasconde dai suoi nemici sul lago di Bienne (Svizzera) e precisamente nell’Île Saint-Pierre. Era ovvio che dovessi finire questo excursus, e chiamiamola pure passeggiata letteraria, con le fantasticherie autobiografiche di Rousseau. L’opera è l’ultima scritta dal ginevrino (tra il 1776 e il 1778), si è interrotta con la morte alla decima passeggiata e pubblicata postuma.
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Ho letto “Cecità” di José Saramago

Quella notte il cieco sognò di essere cieco.
Leggere Cecità negli stessi giorni in cui l’Italia e il mondo sono infettati dall’epidemia (o pandemia?) di Coronavirus è stata un’esperienza davvero notevole. Di questo libro si è parlato molto perché è tornato di grande attualità, come La Peste di Albert Camus, come Nemesi di Philip Roth, come certi film del genere catastrofico. Il motivo è il parallelismo con la realtà che stiamo vivendo perché una frase come Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando che l’isolamento in cui ora si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi considerazione personale, un atto di solidarietà verso il resto della comunità nazionale, sembra estrapolata pari pari dalle cronache di oggi.
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Ho letto “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig

…un uomo, un uomo di intelletto che per dieci, venti, trenta, quarant’anni, senza impazzire, dedica sempre e di continuo tutta la potenza della propria capacità di riflessione al ridicolo compito di mettere all’angolo un re di legno su una tavola di legno!
Stefan Zweig è uno scrittore che non finirò mai di leggere e nello stesso tempo di rimanerne affascinato. Novella degli scacchi è l’ultimo suo scritto in ordine di tempo (1941), l’anno successivo si suicidò in Brasile insieme alla seconda moglie. La sua vita è racchiusa nel volume Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, pubblicato postumo nel 1942 a Stoccolma. Tuttavia anche in questo racconto ci sono gli echi della sua fuga dal nazismo e dalla Gestapo. Gli scacchi erano una delle sue passioni. Molta letteratura e molto cinema sono stati incentrati sul gioco degli scacchi ed è probabile che Zweig ne abbia influenzati diversi, tra i quali Paolo Maurensig e il suo La variante di Luneburg (1992). Pure la Novella degli scacchi (come tantissime opere dello scrittore viennese) è stata ridotta per il cinema. Fu nel 1960, quando Gerd Oswald realizzò Schachnovelle, con Mario Adorf, Curd Jurgens e Claire Bloom. In Italia fu distribuito con il titolo significativo di Scacco alla follia che ci introduce più compiutamente nel contesto del racconto.
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Ho letto “L’orologio” di Carlo Levi

C’era stato un momento in cui gli uomini si erano sentiti tutti uniti fra di loro e col mondo, e avevano visto la morte e vissuto in un’aria comune. Questo momento non era finito del tutto.
Sono sempre più colpito dai percorsi attraverso i quali si arriva a certi libri che non dalle letture stesse. Ovviamente avevo letto Cristo si è fermato a Eboli in età adolescenziale, ma poi sono arrivato a Carlo Levi e ai suoi viaggi in Sicilia contenuti in Le parole sono pietre grazie alle suggestioni e agli impliciti suggerimenti dei libri di Vincenzo Consolo. Il passo successivo mi ha portato a L’orologio, pubblicato nel 1950, un romanzo fondamentale per capire la turbolenta Italia del 1945. Sullo sfondo c’è il governo di unità nazionale di Ferruccio Parri, durato pochi mesi, che porterà in dicembre al primo governo De Gasperi. Tra le righe delle vicende autobiografiche di Carlo Levi si legge tutto il fermento dell’epoca, gli echi della guerra non ancora sopiti, i timori per una restaurazione fascista sotto mentite spoglie, la fine dell’esperienza azionista. Levi si è appena trasferito a Roma dove è stato chiamato a dirigere L’Italia Libera, l’organo ufficiale del Partito d’Azione, in quei giorni diventato quotidiano.  Continua a leggere

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Ho letto “Il quaderno rosso” di Michel Bussi

Braccialetto verde se paghi cinquemila euro, blu se ne paghi settemila e rosso se ne paghi diecimila.
Mi capita talvolta di alternare a letture ‘alte’ o importanti, qualche libro di pura evasione. Anche da questi c’è da trarre qualcosa di utile perché, parafrasando Solone, “divento vecchio imparando sempre”. Il quaderno rosso di Michel Bussi (quarta mia lettura dello scrittore francese pubblicato in Italia da edizioni e/o) ne è un esempio. È una storia che si svolge tra Marsiglia e Rabat, ma coinvolge tutta l’Africa e si focalizza sul problema dei migranti e dell’immigrazione clandestina trattato da due angolature, quella dei poveracci che pagano per arrivare in Europa e quella di chi organizza questo spregevole mercimonio. On la trouvait plutôt jolie (il titolo originale) è del 2017. Continua a leggere

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Ho letto “Il bruto” di Panaït Istrati

Le nazioni pregano Dio in molti modi, ma lo pigliano tutte in giro in un unico modo.
Scrittore rumeno in voga negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, salvo essere ripubblicato in Italia negli anni ’90, ho incrociato Panaït Istrati (1884-1935) leggendo Una primavera difficile di Boris Pahor. Lo scrittore sloveno cita La famiglia Perlmutter (1927) ma Istrati, che scriveva indifferentemente in rumeno e francese, è più noto per il romanzo Kyra Kyralina (1924), portato sullo schermo dal regista Dan Pita nel 2014. Spinto dalla curiosità di leggere qualcosa di questo scrittore sono arrivato a Kodín (rumeno) o Codine (francese) del 1926, Il bruto nella traduzione italiana pubblicata nel 1998 da e/o. Fa parte della saga sulla vita di Adrian Zograffi, alter ego di Istrati, che occupa molti romanzi della sua produzione letteraria. In questo racconto lungo (o romanzo breve) si racconta dell’amicizia impossibile tra il piccolo Adrian e il bruto Kodín, ovvero quando l’innocenza dell’infanzia incontra la brutalità del mondo.   Continua a leggere

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