Ho letto “L’Aleph” di Jorge Luis Borges

Un giorno o una notte – tra i miei giorni e le mie notti che differenza c’è? – sognai che sul pavimento del carcere c’era un granello di sabbia. Mi riaddormentai indifferente; sognai che mi destavo e i granelli di sabbia erano due. Mi riaddormentai; sognai che i granelli di sabbia erano tre.
Conservo gelosamente i 33 libri (alcuni ancora intonsi) della collana La Biblioteca di Babele diretta da Jorge Luis Borges e pubblicata da Franco Maria Ricci negli anni tra il 1975 e il 1985 e tuttavia ho sempre avuto timore ad accostarmi al grande scrittore argentino. Niente di meglio, quindi, della quiete e del tempo rallentato dalla pandemia di questo periodo per provare a entrare fra i suoi temi prediletti, il fantastico nelle sue varie accezioni, il doppio, il sogno, il labirinto, l’immortalità, attraverso questa raccolta pubblicata nel 1949. Lettura invero faticosa perché richiede una cultura, soprattutto classica, sterminata che io non possiedo. E poi i rimandi sono tanti e tali che uno dovrebbe soffermarsi a lungo su ogni racconto per approfondire. Continua a leggere

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Ho letto “Amok” di Stefan Zweig

Nel marzo dell’anno 1912, mentre nel porto di Napoli erano in corso operazioni di scarico da un grosso transatlantico, si verificò uno strano incidente, di cui i giornali riferirono in modo ampio, ma assai fantasioso.
Proseguo nella scoperta della sterminata produzione letteraria di Stefan Zweig, di cui ho letto molto ma, come accade per Georges Simenon, è difficile arrivare a leggere tutto. Prima o poi dovrò iniziare a leggere anche le tantissime biografie di personaggi famosi che ha scritto. Come per tante sue opere, anche da Amok sono stati tratti diversi film. Se ne contano almeno quattro tra il 1934 e il 1993. D’altra parte è uno dei racconti più celebri di Zweig e la sua trama è molto intrigante, sembra fatta apposta per una trasposizione in pellicola. Lo scrittore austriaco lo ha terminato nel 1922, la prima edizione italiana è datata 1930, la storia, come visto, è ambientata a Napoli nel 1912.
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Ho letto “Trionfo della morte” di Gabriele D’Annunzio

Ancóra una volta, come tante altre volte, i due amanti divennero l’uno contro l’altra ostili. Ciascuno dei due si sentiva ferire dall’ingiustizia del sospetto e si ribellava, interiormente, con una collera sorda.
Avevo detto che dopo Il piacere e L’innocente non avrei più letto nulla di D’Annunzio. Ho voluto invece completare la  lettura della cosiddetta trilogia dei romanzi della Rosa, di cui questo è l’ultima puntata. Scritto tra il 1889 e il 1892, fu pubblicato nel 1894. A volte mi chiedo perché leggere D’Annunzio oggi. Poi mi trovo davanti a pagine addirittura sublimi in quanto a scrittura. Almeno in tre occasioni mi sono reso conto di aver speso bene il tempo per leggerlo, tutte nella seconda metà del romanzo, per altro articolato in sei libri distinti.
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Ho letto “Marie la strabica” di Georges Simenon

Due ragazze di Rochefort (Charente Maritime) si ritrovano nel 1922 a fare la stagione in una pensione di Fouras, una spiaggia sull’Atlantico tra La Rochelle e Oleron, di fronte all’Île-d’Aix. Hanno diciassette anni e i sogni della loro età: partire al termine dell’estate e andare a cercare fortuna a Parigi. Sylvie è procace, spregiudicata e attira lo sguardo degli uomini; Marie invece è strabica, bruttina e impaurita dal mondo. Nonostante le differenze sono rimaste amiche dall’infanzia, però Marie ha sempre avuto un ruolo subalterno rispetto alla compagna, caratteristica rimasta tale anche nell’adolescenza. Uno scherzo di cattivo gusto di Sylvie provoca il suicidio di Louis, un ragazzo un po’ ritardato che fa dei lavoretti per il proprietario della pensioncina. Il tragico fatto determina una piccola frattura nella loro amicizia, ma Sylvie è sempre molto determinata a raggiungere i suoi obiettivi, conquistare Parigi e uscire definitivamente dalla povertà. Quasi sotto gli occhi dell’esterrefatta amica, prima che l’estate termini, cede alle avance del titolare e avvia una relazione con un imprenditore parigino in vacanza a Fouras con moglie e figli. È il contatto di cui avrà bisogno quando sarà a Parigi in autunno.
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Ho letto “Piccola enciclopedia delle ossessioni” di Francesco Recami

Il primo pensiero è andato alla tipologia del ‘cretino’ così tanto bene dipinta da Fruttero&Lucentini in una mirabile trilogia pubblicata tra il 1985 e il 1992. Leggendo Francesco Recami oggi si può vedere che il cretino non è mai morto, anzi, direbbero ancora F&L, il cretino è imperturbabile, la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé.
Così sono pressoché tutti i ‘tipi’ presenti nelle storie narrate da Francesco Recami, esempi delle miserie e delle piccinerie italiche, affetti dalle più strampalate e comunque credibili ossessioni. Sono nove godibilissimi racconti.
Si comincia con il signor De Marinis, da sempre in vacanza a Follonica* con la famiglia, appartamento in affitto così come il posto barca per il suo gommone enorme, forse proiezione del suo ego smisurato. Scopo è far schiattare d’invidia gli altri villeggianti, poi come spesso succede arriva uno che ce l’ha più grosso, il gommone un SACS Stratos contro un semplice LOMAC, e allora il nostro va incontro a delle figuracce.
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Ho letto “L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Martin Beck, l’incorruttibile, più interessato al numero di piede delle donne piuttosto che al colore dei loro capezzoli.
Scritti tra gli anni ’60-’70 dello scorso secolo, pubblicati da Garzanti e poi ripresi da Sellerio trent’anni dopo, i gialli di Maj Sjöwall e Per Wahlöö conservano oggi tutta la freschezza originale e in questi giorni di reclusione forzata rappresentano un valvola di sfogo (quanto a lettura) da non sottovalutare. Ne avevo letti un paio in precedenza poi avevo abbandonato la serie incentrata sul commissario Martin Beck e su certe atmosfere sociopolitiche svedesi che qualche anno più tardi avrebbe meglio delineato Henning Mankell con la saga di Kurt Wallander a cui affidò il suggestivo sottotitolo di ‘inquietudine svedese’. L’uomo che andò in fumo (Mannen som gick upp i rök) è del 1966.
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Ho letto “Tramonto di un cuore” di Stefan Zweig

Ma come la malattia esiste prima di manifestarsi apertamente, così il destino non comincia solo quando diventa realtà visibile e concreta. Esso impera nello spirito e nel sangue assai prima che dall’esterno arrivi all’anima. 
Il cuore che tramonta è quello del vecchio Salomonsohn, ricco commerciante austriaco in villeggiatura a Gardone, con la moglie e la figlia Erna, diciannovenne. Ha solo 65 anni ma per l’epoca era già un vecchio, lui stesso si considera tale. In quel grande albergo, frequentato da gente brillante ed elegante, si considera un po’ fuori posto. Ma tant’è, ha dovuto cedere ai desiderata delle due donne, mentre i medici, a lui che soffre di frequenti attacchi biliari, avevano consigliato delle cure termali a Karlsbad. Una notte, durante una passeggiata nei corridoi dell’albergo a causa di uno dei suoi attacchi che lo tengono sveglio, vede la figlia uscire dalla stanza di uno sconosciuto. Per il buon Salomonsohn è un colpo atroce. L’indomani, ossessionato dall’immagine lasciva di sua figlia, si interroga su chi può essere stato il bellimbusto che ha circuito la sua tenera ed educata bambina. E lo cerca tra quanti circondano di attenzioni Erna durante il giorno. Continua a leggere

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Ho letto “Forse ho sognato troppo” di Michel Bussi

Chiaro. Il dio burlone non poteva accontentarsi. Vuole arrivare fino in fondo… Lo stesso volo durante il quale la mia vita è precipitata. Il volo su cui è cominciato tutto.
Se la non verosimiglianza è una delle caratteristiche delle storie scritte da Michel Bussi, questo ultimo romanzo (2019) è il meno verosimile di tutti. Eppure era iniziato come una normale storia d’amore e di tradimento. La bella hostess di Air France Nathalie, cinquantatreenne felicemente sposata con Olivier, una sorta di artista del legno, due figlie grandi, due nipotini, una villetta pieds dans l’eau della Senna, rivive una storia di vent’anni prima grazie a un intrico di coincidenze che la portano in pochi giorni a volare a Montréal, Los Angeles e Giacarta, proprio come aveva fatto nel 1999. In quell’occasione aveva tradito il marito con un bel chitarrista, Ylian, imbarcato sul primo volo da Parigi.
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Ho letto “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” di Jonathan Safran Foer

Quando serve un cambiamento radicale, molti sostengono che sia impossibile indurlo attraverso azioni individuali, per cui è inutile provarci. È vero invece l’esatto contrario: l’impotenza dell’azione individuale è la ragione per cui tutti devono provarci.
Leggere questo libro mentre sono recluso in casa per la prevenzione della pandemia è un’altra esperienza significativa. Certo, qui non si tratta di virus, anche se in alcuni passaggi si parla di Jonas Salk e del vaccino contro la polio, bensì di salvare il pianeta attuando dei comportamenti consoni all’obiettivo. Attuare, fare, cambiare le nostre abitudini è l’imperativo di Jonathan, non restare a guardare. Parla ovviamente dei cambiamenti climatici e del rischio che tra qualche decennio si arrivi all’estinzione di massa. Esagerato? Non pare, visto che porta a supporto della sua previsione tanti autorevoli rapporti scientifici. Sappiamo che dobbiamo fare qualcosa – dice – ma l’espressione dobbiamo fare qualcosa di solito è una dichiarazione di incapacità o quantomeno di incertezza.
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Ho letto “Le passeggiate del sognatore solitario” di Jean-Jacques Rousseau

Che cosa c’è da stupirsi se amo la solitudine? Vedo soltanto rancore sui volti degli uomini, mentre la natura mi sorride sempre.
Sia che lo si chiami Le passeggiate del sognatore solitario o Le fantasticherie del passeggiatore solitario, più aderente all’originale francese Rêveries du promeneur solitaire (a seconda delle edizioni), la sostanza non cambia: l’importante è il concetto della passeggiata. Solitaria.  La passeggiata da solo mi affascina, è nel mio dna. Mi rifaccio a quel grande passeggiatore che è stato W.G. Sebald e ai suoi insegnamenti – come e perché passeggiare – contenuti in tanti libri come Gli anelli di Saturno, ad esempio. Ha poi dedicato un intero libro a Robert Walser (Il passeggiatore solitario) che a sua volta ci ha lasciato il mirabile racconto La passeggiata. E infine Sebald si è occupato di Rousseau in un capitolo di Soggiorno in una casa di campagna, in cui troviamo il filosofo che si nasconde dai suoi nemici sul lago di Bienne (Svizzera) e precisamente nell’Île Saint-Pierre. Era ovvio che dovessi finire questo excursus, e chiamiamola pure passeggiata letteraria, con le fantasticherie autobiografiche di Rousseau. L’opera è l’ultima scritta dal ginevrino (tra il 1776 e il 1778), si è interrotta con la morte alla decima passeggiata e pubblicata postuma.
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