“Il primo uomo” è un film che funziona, a prescindere dalla sua genesi, che è comunque interessante conoscere. Gianni Amelio fa un lavoro duplice. Porta sullo schermo l’autobiografia rimasta incompiuta di Albert Camus e vi identifica i ricordi della propria infanzia. Così l’Algeria anni Venti del Premio Nobel 1957 per la Letteratura appare come la Calabria anni Cinquanta di Amelio.
Lo scrittore – qui, Jacques Cormery – dopo aver visitato la tomba del padre, morto a 25 anni durante la prima guerra mondiale, decide di ripercorrerne le tracce tornando in Algeria dove era vissuto e dove vive ancora la madre. Siamo in piena guerra di liberazione dell’Algeria e Jacques è testimone, anche come intellettuale ormai affermato, delle atrocità che vi si compiono e che purtroppo non hanno mai smesso di insanguinare il Nordafrica. Agli incontri con le persone che hanno conosciuto il padre, si sommano i ricordi dello scrittore bambino: la dolcezza della mamma, l’estrema severità della nonna, i giochi con i compagni, l’aiuto del maestro Bernard che lo indirizza allo studio delle lettere salvandolo così da un futuro di incertezza. Sono i momenti più disincantati e godibili del film, grazie soprattutto alla bravura del piccolo Nino Juglet che interpreta Jacques bambino. Memorabili la scena in cui il piccolo viene rinchiuso per qualche ora nella gabbia dell’accalappiacani e quella in cui la nonna si inginocchia a rovistare con le mani nel gabinetto dopo che Jacques le ha fatto credere di avervi perduto una monetina.
Sull’altro piano temporale del film c’è la malinconia dello scrittore adulto (Jacques Gamblin), alla ricerca del padre idealizzato che non ha mai conosciuto, il ‘primo uomo’ appunto.
Questo è cinema italiano d’autore, il bel cinema di una volta, destinato a resistere alle incrostazioni del tempo. Produzione coraggiosa, interamente girato in Algeria.
Il manoscritto de “Il primo uomo” fu ritrovato tra i rottami dell’auto sulla quale Albert Camus ebbe l’incidente in Borgogna il 4 gennaio del 1960 nel quale morì con il nipote dell’editore Gallimard. Si deve alla figlia Catherine il meticoloso lavoro di ricostruzione della stesura originaria che portò alla sua pubblicazione nel 1994.
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andrò a vederlo, mi piace molto Camus. Ne ho appena letto una recensione su D di Repubblica. Ciao