Toro: nuova dimensione, nuova consapevolezza

Giovedì sera non mi era ancora passata l’eccitazione per la vittoria di Bilbao e già riflettevo sul passato. Mai più serie B, mi sono detto. Ho ripensato a Castel di Sangro, Licata, Cittadella, Gubbio, a quanti campionati abbiamo fatto in serie B, alla fatal Reggio Emilia contro il Perugia, al viaggio in auto a Brescia con il sindaco e il procuratore tifoso per il ritorno della finale play off 2010, sfortunata anche quella. Mi è venuta in mente una partita a Ravenna, tra l’altro vinta, era il 1997 e mi trovavo da quelle parti. Perché noi del Toro siamo fatti così, un po’ di autolesionismo e lo sguardo sempre girato indietro.
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Ho visto “Ida” di Paweł Pawlikowski

E’ tornato nelle sale Ida, in virtù del successo come miglior film straniero agli Oscar 2015 avendo avuto la meglio, tra gli altri, dell’argentino Storie pazzesche e del mauritano Timbuktu.
Il regista polacco Paweł Pawlikowski ha firmato un film strepitoso dal punto di vista estetico, con inquadrature molto accurate a cui ha giovato senza dubbio la fotografia in bianco e nero. Per i dialoghi scarni, i lunghi silenzi, l’austerità della storia mi ha ricordato il cinema di Robert Bresson. In effetti Pawlikowski chiede pochissima recitazione alle due attrici protagoniste, Agata Trzebuchowska (Anna/Ida, la novizia) e Agata Kulesza (Wanda, la zia). Sono sufficienti i primi piani dei loro volti per capire il lavoro di introspezione dei personaggi.
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Ho letto “Non è stagione” di Antonio Manzini

Arrivato alla terza storia della saga del vicequestore Rocco Schiavone, esiliato per motivi disciplinari in Valle d’Aosta, Antonio Manzini introduce la ‘ndrangheta, il riciclaggio, i sequestri di persona. Del poliziotto romano, mal adattatosi al clima di montagna, ormai conosciamo molto per avere letto le due puntate precedenti, Pista nera e La costola di Adamo. Ma non tutto, così Manzini può far emergere dal burrascoso passato del suo personaggio pericolose vicende che si intrecciano all’inchiesta in corso, come quella tragica che conclude Non è stagione che, non spiegata a sufficienza, apre ulteriori sviluppi per infiniti altri romanzi. Non si può fare colpa a Manzini – ormai fa prevalentemente lo scrittore – se Antonio Sellerio lo incalza per sfornare nuove storie al ritmo di una all’anno. Devo aggiungere: per la gioia del lettore!
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Ho letto “La controvita” di Philip Roth

Contorto, complicato, in certi momenti irritante, pirandelliano e proprio per questo anche intrigante. Non è la prima volta che i personaggi si ribellano al loro autore. Così è La controvita, in cui Philip Roth riparte dalla figura di Nathan Zuckerman, il suo alter ego di scrittore, già presente in quattro romanzi precedenti e che qui fa i conti con le possibili esistenze alternative per ciascun individuo.
“Il problema non consiste nell’o/o, nella scelta consapevole tra possibilità ugualmente difficili e incresciose: non è un o/o, ma un e/e/e/e/e e ancora e. La vita è composta di e: l’accidentale e l’immutabile, l’elusivo e l’afferrabile, il bizzarro e il prevedibile, l’attuale e il potenziale, tutte realtà che si moltiplicano, si aggrovigliano, si sovrappongono, entrano in collisione, si combinano tra loro… più il moltiplicarsi delle illusioni! Questo moltiplicato per questo, moltiplicato per questo, moltiplicato per questo…”. Recepito e metabolizzato questo assunto si può procedere con il romanzo, cercando di districarsi tra le innumerevoli chiavi di lettura e i diversi livelli narrativi.
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Ho visto “Finding Vivian Maier” di John Maloof e Charlie Siskel

La storia è straordinaria e di conseguenza lo è anche il documentario che l’ha fatta conoscere. Domani sapremo se Finding Vivian Maier si sarà aggiudicato l’Oscar 2015 per il miglior documentario.
John Maloof era un appassionato di fotografia e frequentatore di mercatini delle pulci e di aste dell’usato. Nel 2007 da una di queste si è portato a casa una scatola piena di negativi. Pensava di ricavare qualche scatto d’epoca da inserire in un libro sulla storia del suo quartiere a Chicago. Invece si è calato in un’avventura senza tempo che gli ha fatto scoprire un talento fotografico sconosciuto ma che si è rivelato tra i più importanti del XX secolo. Continue reading

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Ho visto “Selma – La strada per la libertà” di Ava DuVernay

Selma in Alabama è una cittadina simbolo degli Stati Uniti perché nella primavera del 1965 venne scelta da Martin Luther King, che da pochi mesi aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace, per manifestare pacificamente contro gli ostacoli che ancora impedivano il voto ai neri in alcuni stati del sud, nonostante la Costituzione già lo prevedesse. La giovane regista afroamericana Ava DuVernay racconta quei concitati e drammatici giorni in un film a cui insieme ad un’accurata ricostruzione storica giova una scelta degli attori assolutamente compatibile con i personaggi originali: due nomi per tutti, David Oyelowo (King) e Nigel Thatch (Malcolm X). Quei giorni furono caratterizzati da tre marce. Continue reading

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Ho visto “Timbuktu” di Abderrahmane Sissako

Non è un film. E’ il campionario delle nefandezze a cui sono sottoposte le popolazioni dominate dalla jihad islamica. Proibito fumare, proibita la musica, proibito il calcio, proibito affacciarsi a finestre e balconi, proibito sostare in strada… La vicenda di Kidane, Satima e della loro figlioletta Toya, una famiglia nomade che vive di pastorizia sotto una tenda al di fuori del villaggio, passa in secondo piano. E’ solo un pretesto per assemblare un film con un minimo di trama. Ma l’intenzione del regista originario del Mali Abderrahmane Sissako è far aprire gli occhi su quanto potrebbe accadere ovunque si affacci l’IS.
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Ho visto “Birdman” di Alejandro González Iñárritu

Riggan Thompson si è talmente connaturato nel suo ruolo di Birdman che ora ha poteri incredibili: sposta e fa volare oggetti, levita e vola lui stesso. Ma non gli basta. Nonostante il suo alter ego… la sua coscienza… il suo essere Birdman… (con una inquietante voce fuori campo) cerchi di porgli dei limiti, di riavviarlo al suo personaggio che gli ha dato una celebrità planetaria, Riggan vuole dimostrare di essere un grande attore in assoluto, anche a teatro. Per questo ha adattato per il palcoscenico un racconto di Raymond Carver, What We Talk About When We Talk About Love, ha allestito una compagnia, distribuito i ruoli, affittato un teatro a Broadway. Continue reading

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Ho visto “Eastern Boys” di Robin Campillo (My French Film Festival)

Marek, un giovane immigrato dall’Ucraina che si prostituisce alla Gare du Nord di Parigi, è avvicinato da Daniel, un uomo più anziano, visibilmente un manager. L’approccio è rapido e il ragazzo riesce a strappare un appuntamento per il giorno dopo a casa del manager. Quella che poteva essere una piacevole avventura si trasforma invece in un incubo. Il ragazzo fa parte di una banda di giovani delinquenti dell’est europeo che vivono in un motel popolato di clandestini alle porte della capitale. All’incontro in casa di Daniel arriva tutta la banda. L’uomo è malmenato, umiliato, sopraffatto. Non osa ribellarsi e lascia che il suo bell’appartamento sia completamente spogliato. Continue reading

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Ho visto “Une place sur la terre” di Fabienne Godet (My French Film Festival)

Mi piace un sacco Benoît Poelvoorde (Kill Me Please, Niente da dichiarare?, Emotivi anonimi, Il mio migliore incubo!, fino al più recente Tre cuori), sia come attore comico che nei ruoli drammatici. Come questo film del 2013, dove il cinquantenne belga di Namur interpreta un fotografo di talento, Antoine, ma troppo attaccato alla bottiglia e quindi senza nessuno scopo nella vita. Passa la sue giornate occupandosi di Matéo, il figlio di sette anni di una vicina di casa, e facendo saltuariamente qualche lavoretto su commissione…matrimoni, feste di laurea. Dal suo studio/abitazione osserva Elena, una giovane dirimpettaia che suona di continuo Chopin al pianoforte. E la fotografa di nascosto. Anche nella notte in cui la ragazza tenta il suicidio buttandosi dal tetto della casa. Continue reading

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