Ho letto “Il passeggiatore solitario” di W.G. Sebald

Talmente lontane l’una dall’altra sono le scene della vita di Walser giunte sino a noi, che non si può propriamente parlare di una storia o di una biografia, quanto piuttosto – direi – di una leggenda.
Sebald è stato un grande camminatore. I suoi percorsi a piedi sono memorabili. “Gli anelli di Saturno”, che in copertina ritrae un viandante solitario in un viottolo in mezzo alla campagna, è lì a testimoniarlo. Chi meglio di lui poteva quindi capire un altro passeggiatore come Robert Walser (1878-1956)?
Nell’autunno del 1925, per esempio, andò a piedi da Berna sino a Ginevra, seguendo in larga parte l’antico sentiero dei pellegrini che conduce al santuario di Santiago de Compostela.
In una sessantina di pagine W.G. Sebald tratteggia magistralmente e con affetto la figura del poeta e scrittore svizzero, cui una solitaria passeggiata il giorno di Natale del 1956 fu infine fatale.
Quando vedo queste fotografie di Walser scattate mentre passeggiava, quando vedo la stoffa del suo abito con gilè, il colletto floscio sulla camicia, il nodo alla cravatta, le macchie sul dorso della mano dovute all’età, i baffi sale e pepe ben curati, l’espressione quieta dello sguardo, quando vedo tutto questo, mi sembra ogni volta che il nonno sia lì, davanti a me.
Sebald si sofferma sul sistema di scrittura di Walser, fatto di microgrammi diffcili da decodificare, pagine e pagine di prosa e poesie con caratteri così minuti da rasentare il limite della visibilità. Dei ‘pizzini’ si direbbe oggi. Ma il sistema dei foglietti volanti e del lapis è anche un’opera di difesa e di consolidamento unica nella storia della letteratura, opera all’interno della quale le cose minute e più innocenti dovevano potersi salvare dal declino incombente nell’epoca grandiosa che andava allora annunciandosi.
E commentando una brano in cui Walser descrive un suo volo in mongofiera sopra il fiume Elba, Sebald conclude: Robert Walser era nato, credo, per un viaggio silenzioso come questo, un viaggio nell’aria.
E’ libretto delicato, per chi – come me – ama Sebald, e che ora mi impone di approfondire Walser.

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Ho visto “The Rum Diary”

E’ un film brutto che ho cominciato a rivalutare solo quando in libreria ho visto ben esposto il libro da cui è tratto. Ora ne so qualcosa di più. Hunter Stockton Thompson era un giornalista e scrittore americano non convenzionale, diciamo pure ‘politically incorrect’. Come giornalista inventò il ‘gonzo journalism’, che mescola le notizie a impressioni personali restando sempre veritiero anche se non del tutto oggettivo. La parola ‘gonzo’ indica l’ultimo che rimane in piedi dopo una sbronza collettiva. Come scrittore ha lasciato diverse opere tra cui questo romanzo autobiografico, “The Rum Diary” (1998), che Dalai ha tradotto correttamente “Cronache del rum” mentre il film ha mantenuto il titolo inglese. Io sostengo sempre che le vite stesse degli scrittori sono dei romanzi assai più avvincenti dei loro scritti. Thompson è morto in circostanze misteriose nel 2005 per un colpo d’arma da fuoco. Suicidio oppure omicidio? Di certo stava conducendo un’inchiesta sugli attentati dell’11 settembre 2001.
Inquadrato l’autore, non resta che parlare del film. Johnny Depp, che è stato un carissimo amico dello scrittore, ne è produttore oltre che interprete e ha affidato la regia a un mestierante inglese, Bruce Robinson. Il giornalista Paul Kemp arriva a San Juan di Portorico per lavorare al ‘The San Juan Star’. Vi trova un giornale totalmente allo sbando, con un direttore inadeguato e una redazione che sopravvive nonostante colossali bevute. Lo stesso Kemp è dedito al rum, rivaleggiando nelle sbronze con il fotografo Sala e Moberg, un ex redattore con la passione per Hitler e completamente fulminato dall’alcool. Kemp si invaghisce della bella e capricciosa Chenault, la donna di Sanderson, un affarista senza scrupoli che tenta di coinvolgerlo in una speculazione edilizia. Si tratta di costruire mega alberghi in un’isola incontaminata e la penna di Kemp potrebbe essere utile per tenere buona la popolazione attraverso il giornale. Ma il giornalista è più interessato al rum e alla donna che agli affari e il progetto si arena.
La formula: giornalista onesto e sbandato + donna ricca e perduta + paese caraibico + complotto affaristico o politico dà come risultato = film già visto. Il livello alcolico tra birra e rum è addirittura fastidioso. Johnny Depp è ben calato nella parte di Kemp, ma la sorpresa del film è l’americano di origine italiana Giovanni Ribisi, che disegna in maniera eccezionale lo strafatto Moberg.
Nella colonna sonora devi sorbirti per l’ennesima volta ‘Volare’ (versione Dean Martin) e ‘Charmaine’ (versione Mantovani & His Orchestra), uno dei pezzi più celebrati dal cinema (ad esempio ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ e ‘Il miglio verde’). Ma sono due ‘evergreen’ che stanno bene con ‘la qualunque’.

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Ho letto “Il soccombente” di Thomas Bernhard

Da un momento all’altro avevo odiato il pianoforte, il mio pianoforte, non ce l’avevo più fatta a sentirmi suonare; non volevo più sbagliare nota sul mio strumento.
Brutta roba l’emulazione, la competizione, l’invidia, soprattutto in campo musicale! Tre giovani talenti si ritrovano a Salisburgo a perfezionare il pianoforte con il celebre Vladimir Horowitz. Due sono ottimi pianisti, ma il terzo è eccezionale: si tratta di Glenn Gould.
E’ stato l’unico virtuoso del pianoforte di fama mondiale che abbia detestato il suo pubblico…
Entrambi non reggono il confronto e, dopo un periodo giovanile felice a contatto con il genio, abbandonano le velleità di un futuro da concertisti e si ritirano nell’ombra. Uno, Wertheimer, che Gould da giovane aveva soprannominato il soccombente intuendone la debolezza, si suicida a cinquantun’anni, subito dopo la morte del grande pianista avvenuta per ictus nel 1982.
Con la morte di Glenn, diceva, il proprio fallimento gli si era presentato alla coscienza con tutta la brutalità di un dato di fatto.
Il terzo, il narrante Bernhard, racconta la vicenda umana del soccombente, dei suoi rapporti con la ricchissima famiglia, e fa ritorno sui luoghi dove avevano vissuto e studiato tutti e tre insieme. Il libro è concepito come una lunga elucubrazione su arte, talento, invidia artistica, tanto che il riferimento più immediato è a Mozart e Salieri. “Il soccombente” è un monologo incessante, senza alcun a capo, da leggere quasi senza interruzione, dove i discorsi diretti sono inglobati nella narrazione e riconoscibili soltanto dagli incisi ‘diceva’, ‘pensai’, ‘così lui’ e via dicendo, ripetuti in maniera assillante. Sicché la lettura diventa problematica ma nel contempo affascinante.
…di tutti i bambini che vivono in campagna i maestri dicono che hanno del talento, talento per la musica soprattutto, e in realtà invece non hanno il minimo talento, sono tutti bambini assolutamente privi di qualsiasi talento
Particolarmente interessanti sono le riflessioni che riguardano la musica ed il suo insegnamento, il pianoforte e la professione di concertista. Soprattutto per chi è del mestiere o comunque si ritiene un appassionato di pianoforte.
Gli artisti non hanno mai cognizione della propria arte. Hanno dell’arte una cognizione dilettantesca, restano a vita legati al dilettantismo, perfino gli artisti più celebri del mondo intero……Per tutta la vita ci sforziamo di evitare il dilettantismo ma esso di continuo ci rincorre e ci raggiunge.
Idee e riflessioni che sono certamente opinabili ma che aprono uno squarcio sui vari aspetti del ‘talento’ e si possono estendere ad altri settori, oltre la musica.
Il novantotto per cento dei giovani che compiono studi superiori di musica entrano nei nostri conservatori con altissime aspettative, e dopo aver portato a termine i loro studi trascorrono decenni e decenni di una vita penosissima facendosi chiamare professori di musica, pensai.
Cupa e poco attraente ci appare l’Austria di Thomas Bernhard – ma questa era l’idea che aveva del suo Paese – assai lontana dagli stereotipi – monti e prati verdi – da cartolina. Libro impegnativo e ricco di imprevedibili e amare visioni della società e della vita. Come questa: Dovunque ci guardiamo intorno, vediamo degli ipocriti che non fanno che dire di vergognarsi del denaro che hanno e che altri non hanno, mentre in fondo è più che naturale che alcuni abbiano del denaro e altri non ne abbiano, e che poi ad un tratto questi ultimi ne abbiano e gli altri viceversa rimangano senza, le cose stanno così e non cambieranno mai.(…) perché in ultima analisi sia gli uni sia gli altri conoscono soltanto l’ipocrisia.
E ora mi è venuta voglia di rivedere il bellissimo film di François Girard “Trentadue piccoli film su Glenn Gould” (1993).

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Ho letto “Le Alpi nel mare” di W.G. Sebald

….tentavo di immaginarmi come sarebbe stato abitare in una di quelle fortezze di pietra, senz’altra occupazione sino alla fine della vita se non lo studio del tempo: del tempo passato e di quello che passa.
E’ l’ultimo scritto di Sebald, pubblicato in ordine di tempo, e conferma la grandezza di questo scrittore, prematuramente scomparso nel 2001 quando pareva destinato a importanti traguardi nella letteratura mondiale. Si tratta di quattro brevi prose – “Breve escursione ad Ajaccio”, “Campo Santo”, “Le Alpi nel mare”, “La cour de l’ancienne école” – ispirate da un vagabondaggio geografico e culturale in Corsica. E’ un libriccino di una settantina di pagine, come sempre ricche di spunti da approfondire a parte. Prendiamo ad esempio lo scritto denominato “Campo Santo”. Sebald inizia da una passeggiata e da una nuotata – mi lanciai a nuoto verso il mare aperto; con incredibile facilità giunsi al largo, anzi così al largo che meditai di lasciarmi semplicemente trascinare lontano fin dentro la sera, fin dentro la notte. – per volgere poi lo sguardo verso terra e ritornare tra le case e i giardini, costeggiando i muri, attratto dal cimitero di Piana che riflette in tutte le sue gradazioni la gerarchia sociale improntata alla diseguale ripartizione delle ricchezze terrene. Prosegue quindi con una disamina quasi antropologica della storia delle sepolture nell’isola, anche con riferimenti a riti e leggende.
In linea di massima i rituali funebri in Corsica erano molto elaborati e avevano un carattere di intensa drammaticità…..c’erano altresì spiriti solitari, i quali si aggiravano senza requie con propositi di vendetta, facevano la posta al viandante sul ciglio della strada, sbucavano all’improvviso da dietro una roccia o venivano allo scoperto nei vicoli del borgo…
Infine Sebald ci riporta alla realtà dei giorni nostri e alle sepolture nelle grandi megalopoli di trenta milioni di abitanti e si chiede dove vanno a finire i morti di Lagos, San Paolo, il Cairo, Città del Messico…Di certo pochissimi nella frescura di una tomba.
Nello scritto “Le Alpi nel mare” Sebald disserta invece dapprima sulla scomparsa delle foreste con alberi giganteschi di cui un tempo la Corsica era totalmente ricoperta e poi sul rito della caccia, dopo che casualmente gli era venuto tra le mani un volumetto di Flaubert con “La leggenda di San Giuliano”, cacciatore sanguinario e instancabile prima di pentirsi. Infine volge nuovamente lo sguardo al mare e lo fissa su uno yacht bianco. Per circa un’ora l’imbarcazione restò ferma nell’oscurità, sempre illuminata, come se il comandante attendesse il permesso di entrare in quel porto nascosto dietro i calanchi. Poi, quando le stelle già spuntavano oltre i monti, invertì la rotta e, lentamente come era arrivata, l’imbarcazione si allontanò.

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Ho visto “Gli infedeli”

Era da un pezzo che non vedevo un film a episodi. Per fare questo ci sono volute ben quattordici mani! Tra cui quelle del premio Oscar Michel Hazanavicius. Il risultato è la conferma delle potenzialità della nuova coppia comica francese, composta da Gilles Lellouche (Eric in “Piccole bugie tra amici”) e Jean Dujardin (“The Artist”).
Sono nove situazioni diverse in cui il comune denominatore è l’infedeltà maschile. Alcune sono brevissime, tratteggiate da poche immagini e pochissime parole. Come quella che ha per protagonista Bernard, che si ritrova in ospedale in un contesto alquanto imbarazzante. Oppure la storia di Thibault che dopo un’avventura notturna vede tornare a casa anzitempo la moglie e i figli. Altri episodi sono più articolati, come quello intitolato “Lolita”, con un maturo ortodontista che si fa menare per il naso da una fanciullina che è stata sua paziente.
Insieme o singolarmente, Dujardin e Lellouche compaiono in quasi tutti gli episodi e danno spessore al film che altrimenti risulterebbe un po’ discontinuo. “Gli infedeli” mette in piazza praticamente tutto il campionario di giustificazioni e bugie che gli uomini fedifraghi sciorinano di volta in volta alle loro compagne. Sarà per questo motivo che alla proiezione a cui ho assistito il pubblico era totalmente femminile: un aiutino per ‘sgamare’ meglio. Ma è consigliabile anche agli uomini, non fosse altro che per cominciare a studiare nuovi approcci metodologici all’infedeltà.
La battuta folgorante è nel “Prologo”: “Le metto molte più corna da quando c’è la crisi economica. Sarà la paura della povertà?”
Io mi sono fatto grosse risate. Che dire altro? Il cinema francese in questa stagione dimostra ancora una volta di avere una marcia in più.

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“Little man, what now?” è come “oh mi povr’om!”

La lettura di “E adesso, pover’uomo?” mi ha colpito così tanto che ho cercato e ho guardato il film che ne è stato tratto nel 1934. “Little Man, What Now?” era una produzione americana dell’Universal Pictures, regia di Frank Borzage. Questo Borzage all’anagrafe faceva Borzaga ed era di origine italiana, di Ronzone (Val di Non). Dapprima è stato attore, per lo più in ruoli western, poi regista di film di successo. A lui si deve la prima riduzione cinematografica di “Addio alle armi” (1932) con Gary Cooper. Vinse due volte l’Oscar per la miglior regia, nel 1929 con “Settimo cielo” e nel 1932 con “Bad Girl”. Eccelleva nei film di contenuto romantico e sentimentale, proprio come il lavoro tratto dal romanzo di Hans Fallada. In questo film, pur lasciando integro il contesto della Germania prenazista, Borzage calca molto la mano sull’amore tra Johannes Pinneberg e Emma ‘Lämmchen’. In effetti una didascalia iniziale, a firma del produttore Carl Laemmle, esalta il ruolo della donna nella società.
“Con questo film” dice “ho voluto rendere un servizio alla società. La storia di Little Man – e la domanda What Now? – è il problema quotidiano del mondo, un problema che l’uomo può sormontare soltanto grazie all’incoraggiamento delle donne. Di fronte ai tempi e all’alea della vita, l’uomo è molto piccolo, ma di fronte agli occhi di una donna innamorata può diventare più grande del mondo intero”. Siamo nel 1934 e si può comprendere e perdonare una simile melensaggine. Il romanzo uscì in inglese in versione ridotta e per questo motivo il film manca di alcune parti. Margaret Sullavan (‘Lämmchen’) ha un volto pulito e quanto mai attuale, Douglass Montgomery (Pinneberg) appare difficilmente proponibile nel cinema d’oggi.
Grande successo comunque ebbero negli anni Trenta sia il romanzo che il film, anche in Italia. Mi domando se l’esclamazione tipica della mia nonna paterna, ma che ho sentito ripetere assai più spesso da mio padre (“e adesso, pover’uomo….”), un misto di rassegnazione e autocommiserazione, derivasse dal clima che il libro e il film avevano contribuito a creare. E’ troppo tardi per saperlo ma mi piace credere che sia così. In fondo che cos’è quell’espressione se non la versione internazionale dell’intercalare piemontese “oh mi povr’om!” ?
Esiste anche una versione televisiva, uno sceneggiato in cinque puntate realizzato nel 1960 dalla Rai per la regia di Eros Macchi. Aveva per titolo “Tutto da rifare pover’uomo” ed era interpretato da Carla Del Poggio, Ferruccio De Ceresa, Luigi Vannucchi, Renzo Palmer, Lando Buzzanca, Laura Betti, Paolo Poli, Carlo Romano. Un cast stellare, diremmo oggi. Mi piacerebbe vederlo.

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Ho letto “E adesso, pover’uomo?” di Hans Fallada

E’ una lettura illuminante, se fatta di questi tempi. Per le infinite analogie e i parallelismi con la situazione attuale: crisi economica, tasse, disoccupazione, povertà e via dicendo. L’unica distanza che ci vedo è l’impossibilità di una svolta autoritaria. Per il momento. Perché i critici, unanimemente concordi, vi hanno ravvisato – col senno di poi, naturalmente – i prodromi dell’avvento del nazismo.
Nei preziosi articoli introduttivi al volume, entrambi risalenti agli anni Novanta, ma ripresi dal curatore Mario Rubino in occasione della ripubblicazione del romanzo in Italia da parte di Sellerio, avvenuta nel 2008, Ralf Dahrendorf e Beniamino Placido si interrogavano se l’oblìo nel quale era caduta quest’opera di Hans Fallada non dipendesse proprio dagli imbarazzanti aspetti sociologici che sottendeva. Ovvero che da ‘gente’ come i due protagonisti, Johannes Pinneberg e Emma ‘Lämmchen’ Mörchel, onesti, modesti, pazienti, arrendevoli, sia germinato il nazismo. Sono ‘gente’ e non formano una ‘classe’ – sottolineano entrambi gli articoli – né proletariato né borghesia quindi, lavoratori sì, ma impiegati, “colletti bianchi che affettano superiorità e ingaggiano tremende battaglie intestine per questioni di status sociale”.
Dalla seconda di copertina della prima edizione italiana (Mondadori, collana Medusa, 1933). “In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé”. Ecco l’attualità, sembra una frase scritta oggi!
Johannes è contabile in una ditta di cereali. Si sposa con Emma, famiglia di operai, proletariato comunista. ‘Lämmchen’ è il vezzeggiativo con il quale la chiama per tutto il romanzo. Significa ‘agnellino’ ed è già un sintomo del loro atteggiamento verso la vita. Abitano a Ducherow, paesino della Pomerania Orientale. Casa in affitto, i soldi bastano appena, ‘Lämmchen’ è incinta, Johannes perde il lavoro.
“…Una volta, forse, ce n’erano ancora un paio perbene….Ma oggi…con tutti i disoccupati che ci sono in giro e che devono cercare di sfangarsela, i padroni pensano: non saranno quelli che licenzio io a cambiare le cose!”.
Una mano inattesa arriva loro dalla vedova Pinneberg, la mamma, con la quale Johannes ha rotto i rapporti da tempo e che vive a Berlino facendo la bella vita, in tutti i sensi, perché dopo essere stata entraineuse tiene una casa di appuntamenti. Li ospita in una stanza e un amico procura al figlio un lavoro come commesso in un rinomato magazzino d’abbigliamento. Tuttavia lo stipendio è bassissimo, la concorrenza tra i colleghi è fortissima, i datori di lavoro sono delle vere iene. Quando il giovane arriva ad avere contezza di cosa accade a casa di sua madre rompe nuovamente i rapporti. La coppia trova rifugio in un magazzino di mobili, intanto la gravidanza prosegue e arriva finalmente il bambino. Molte pagine sono dedicate ai conti da far quadrare, all’economia domestica dei due. Johannes ha piena consapevolezza della sua condizione.
“E’ vero che mi danno del bellimbusto e mi chiamano proletario dal colletto duro, ma è roba passeggera. Oggi, soltanto oggi, ho ancora una paga, ma domani, oh, domani mi toccherà il sussidio….”. E poi ancora: “Se almeno fossimo degli operai! Quelli si chiamano compagni e si aiutano l’uno con l’altro…”
Infatti sul lavoro le cose non vanno bene: ai commessi vengono chieste quote di vendite che Pinneberg non raggiunge. Nuovo licenziamento e trasferimento in una capanna all’estrema periferia di Berlino. Anche politicamente Johannes è una via di mezzo, perché per lui la cosa migliore è non decidere da che parte stare. Così non gli resta che vivere la sua disoccupazione. Di fronte a una vetrina luccicante, capisce tutto: “…capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato. Ordine e pulizia: roba di una volta. Pane e lavoro sicuri: roba di una volta. Farsi avanti e sperare: roba di una volta. La povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta.”
Tremendamente attuale. “Kleiner Mann, was nunn?” uscì nel 1932 e fu un grande successo, tradotto subito in numerose lingue. Dove ‘Kleiner’ starebbe per ‘medio’ o ‘mediocre’ piuttosto che per ‘piccolo’, come invece lascia intendere la versione inglese ‘Little Man, What Now?’ dalla quale due anni dopo in America fecero un film di successo, regia Frank Borzage.
Sono ancora giovani, continuano ad amarsi, ah, forse si amano ancor più di prima, si sono abituati l’uno all’altra – ma su ogni cosa grava un’ombra scura, c’è forse da ridere per uno come noi? Come si fa a ridere, ridere di cuore, in un mondo come questo, in cui i responsabili dell’economia han potuto risanare se stessi, pur avendo commesso mille errori, e la gente che sta in basso viene umiliata e calpestata, pur avendo fatto sempre del suo meglio?
Chissà se Monti e Fornero hanno voglia di leggerlo o rileggerlo (sono certo che conoscono questo romanzo). Ma dovrebbero farlo in molti.

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Ho visto “Ciliegine”

Poche, ciliegine pochissime, per tutto il film. Solo due, di quelle metaforiche, cinematografiche, che si mettono sulla torta di un bel film. Mica per niente il titolo in Francia è “La cerise sur le gâteau”. Peccato che la torta (il film) questa volta sia scadente. Laura Morante si impegna a fondo, come attrice è bravissima non c’è che dire, e nella parte della donna nevrotica eccelle davvero. Ma la storia lascia a desiderare. Di certo non è aiutata dal partner maschile, quel Pascal Elbé che dovrebbe interpretare un bel tenebroso ma che finisce con l’avere la stessa espressione in ogni circostanza.
Siamo a Parigi. La complicata e androfoba Amanda, una a cui non va mai bene niente degli uomini, alla vigilia di Natale lascia il fidanzato Bertrand (Frédéric Pierrot, da poco visto in “Polisse” e “La chiave di Sara”). Tutta la nostra comprensione al buon Bertrand che dopo un anno non ha ancora capito che lei il caffè lo prende senza zucchero, che non beve champagne né acqua gassata……
Tramite l’amica Florence, durante la festa di Capodanno, Amanda conosce Antoine, un bel single per una serie di equivoci ritenuto a torto (o a ragione…) omosessuale. Di certo c’è che con lui Amanda riesce finalmente a impostare un rapporto senza le sue consuete turbe nei confronti degli uomini. Lo porta in giro, se lo coccola, gli trova uno splendido alloggio, sempre ritenendolo gay e quindi inarrivabile. Capirai la sorpresa quando l’equivoco viene chiarito!
Allora concentriamoci sulle ciliegine. Una è il divertente rapporto tra l’amica Florence (Isabelle Carré, era la splendida cioccolataia di “Emotivi anonimi”) e il marito Hubert (Patrice Thibaud). Lui è uno psicologo narciso, sempre rappresentato davanti allo specchio. La moglie gli confida i crucci dell’amica attraverso la porta del bagno e Hubert psicanalizza Amanda per interposta persona. L’altra ciliegina, sempre di stampo freudiano, è il rapporto di Antoine con il suo analista, - “Le ha già parlato dei suoi sentimenti?” – “Ha un rapporto complicato con gli uomini”, fatto di brevi e pressoché silenziosi appuntamenti. Lo interpreta George Claisse che è stato il secondo marito di Laura Morante.
Con il suo debutto alla regia l’attrice italiana tenta una strada che è una via di mezzo tra la commedia rosa francese e i film di Woody Allen, ai quali si ispira la bella colonna sonora di Nicola Piovani. Produzione francese e italiana, location azzeccate, attori francesi con l’eccezione di un cammeo riservato a Ennio Fantastichini.
E adesso ognuno cerchi la sua ciliegina oppure salvi la torta nel suo insieme.

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Ho letto “La balia” di Petros Markaris

Tutto quel che leggiamo negli ultimi anni sui giornali riguardo al management, alla strategia del tempo, ai target group, questa gente l’ha buttato nella spazzatura e ha preferito la vecchia, sperimentata ricetta “Fammi male anche se piango”.
Tra quelli letti finora è il libro meno appassionante su Kostas Charitos. Questa volta il commissario ateniese è in trasferta a Istanbul, un viaggio in comitiva con la moglie Adriana per sfuggire al clima che si è creato a casa, dove la figlia Caterina ha deciso di sposarsi, ma non con il rito religioso come avrebbero voluto i genitori. Ben presto però Charitos si trova a dover collaborare con la polizia locale per una vicenda che riguarda una vecchia cittadina greca sospettata di un delitto. Mentre la moglie continua con po’ di malumore la vacanza, il commissario si impegna alacremente per cercare Maria, la sospettata, cercando di non compromettere ulteriormente il viaggio.
Lei si prepara a dormire il sonno del giusto, mentre io affronterò gli incubi del peccatore.
Il suo alter-ego turco è il poliziotto Murat Saglam con il quale Charitos, dopo una reciproca diffidenza iniziale, riesce a trovare piena sintonia investigativa. Frattanto Maria ha provocato altre vittime, tutte avvelenate con torte salate (tyropita) all’apparenza appetitose ma infarcite di ‘paration etile’.
Nove donne su dieci, in campagna, se devono ammazzare i mariti o i suoceri o i fratelli, ricorrono a questo anticrittogamico.
Vacanza e indagini continuano di pari passo, con i due coniugi sempre con un orecchio al telefono per capire se gli sposi hanno cambiato idea e optato per un tradizionale “grosso grasso matrimonio greco”.
Kostas Charitos come sempre racconta la vicenda in prima persona, mostrando la sua arguzia investigativa, buon senso contadino e ottimismo di fondo.
Non gli basta il boccone, lo vuole anche masticato, come diceva la mia povera mamma.
“La balia” è un poliziesco senza sorprese – si conosce la colpevole fin dall’inizio, si tratta solo di trovarla prima che si allunghi troppo la catena dei delitti – che ha sullo sfondo l’incasinata megalopoli sul Bosforo. Markaris, che è greco ma nativo di Istanbul, questa volta tiene fuori la crisi economica (il romanzo è del 2008) e gioca molto sui contrasti ma anche sulle affinità tra greci e turchi in campo sociale, culturale, religioso. Salvo poi far prevalere l’orgoglio ellenico: Per il resto, la Grecietta è diventata la Grecia dell’Unione Europea, mentre la Turchia è il postulante orientale che bussa alla porta di chi non vuole aprire.

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A Rai Radio Due l’uccello piace al mattino

Si intitola “Io Chiara e l’Oscuro” il programma radiofonico che ascoltavo stamattina tra le 10 e le 11 mentre facevo jogging. In queste occasioni ascolto sempre Radio Due perché fa una programmazione intelligente. A volte anche il vacuo ma inoffensivo psico -intrattenimento di Chiara Gamberale. Ospite di oggi, il porno-attore Rocco Siffredi, ormai sdoganato dappertutto. Ospite e temi scivolosi, tanto che la Rai è scivolata.
Famiglia, infanzia e carriera, domande sul mestiere, poi si va di fino.
Domanda: “Serve l’intreccio per far crescere l’eros in un film porno?”
Rocco: “Sì. Perché a me piace sempre sapere perché una donna ti abbassa i pantaloni e te lo prende in bocca”
Non mancano poi le disquisizioni sull’importanza di conquistare il cuore e il cervello di una donna.
Chiara: “Quanto pensi di conoscere le donne?”
Rocco: “La donna è molto cerebrale e ha bisogno di tanta testa. Io dico sempre che per entrare nel culo bisogna prima entrare nel cervello di una donna”.
Papale papale, come direbbe Lino Banfi.
Poi è tutto un disquisire sulle dimensioni dell’uccello (testuale!) e sull’importanza del cervello.
Ancora Rocco: “Se hai un bel cervello e un grande uccello, stai alla grande!”
E Chiara Gamberale si arrampica a spiegare “l’implicito psicologico” di queste affermazioni.
Sorvolo poi sulle battute e sul clima da caserma di tutta la puntata.
Non sono bacchettone, né provo invidia per il signor Rocco, ma ho trovato la puntata un po’ fastidiosa.
Radio Due ore 10. Potete scaricare la puntata in podcast.
Dimenticavo. RAI è servizio pubblico!

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