In Friuli, tra scoperte e amarcord – 1

Un giro di una settimana, tra i consigli di persone amiche – devi andare lì… non perderti questo… – e le reminiscenze di viaggi precedenti. In più con l’ausilio, rivelatosi fondamentale, della guida Lonely Planet seppur, sostengo da sempre, fai le scoperte più interessanti con l’aiuto della semplice casualità. La mia vacanzina in Friuli, tra puro turismo e aggiornamento professionale, è stata assistita da un ottobre gradevole che mi ha consentito di approfondire la conoscenza del Collio e di visitare la Carnia per la prima volta.

Prima tappa Palmanova
Ero stupito che esistesse una Caffetteria Torinese a Palmanova, classificata tra i migliori bar d’Italia. Ma, in fondo, di Bar Torino e Caffè Piemonte è pieno il mondo, a dimostrazione di una certa primazìa torinese anche in questo settore. La visita è stata positiva: la cocotte di fois gras su crema di patate e il bacalao alla mediterranea con pomodorini, capperi e olive erano strepitosi, il locale proprio affacciato su Piazza Grande, quel giorno affollato di bancarelle per la festa patronale di Santa Giustina (reliquia immancabilmente conservata nel Duomo o Chiesa del Santissimo Redentore). Lì ho capito che per tutto il viaggio avrei abbandonato i rossi e riabbracciato il mio credo enoico che recita: rossi piemontesi, bianchi friulani. Da sempre è così, anche se mi piace transigere e assaggiare di tutto, ma la prima scelta resta quella.
Una diversa cultura del bere
Il Friuli è un paradiso per il bere. C’è una cultura diversa, non tanto del vino quanto dell’approccio al bere. Ovunque nei ristoranti trovi selezioni infinite di vini al bicchiere. La stessa cosa capita nei bar, con ricarichi assolutamente irrisori, roba da far arrossire i locali di Torino, tanto per dire. Cito a memoria alcuni dove sono passato: Caffè Cotterli a Udine, Caffè Manzoni a Tolmezzo, Speck&Stube a Sauris di Sopra, Pan e Salam a Gemona… Ovunque si beve molto bene. Spesso ti propongono il Friulano, che sarebbe poi l’evoluzione del vecchio Tocai come era chiamato fino al 2007. Tutti conoscono la storia. L’Ungheria, patria del Tokaj, e l’Unione Europea hanno imposto ai produttori di cambiare nome allo storico vitigno friulano anche se Tocai e Tokaj non ci azzeccavano niente l’uno con l’altro. Invano la Regione Friuli Venezia Giulia si è opposta e così è stato battezzato il nuovo Friulano. Fine della storia. A mio modesto parere (non me la tiro da intenditore e neppure da enogastronauta, lo lascio fare ad altri), è uno dei rari casi in cui il cambio di denominazione ha giovato alla produzione. E’ come se questo vino si fosse spogliato delle vecchie pesantezze per rinascere a nuova vita.
Un vino da Applause!
Visto che ho iniziato a parlare di vino, sono andato per vigne in lungo e in largo, in auto soffermandomi in diverse aziende agricole per acquisti di bottiglie, a piedi lungo il sentiero Vigne Alte a Cormòns che si diparte dalla Subida e tocca il wine resort Castello di Spessa, le favolose tenute di Russiz superiore e inferiore, la spianata del Preval. Talvolta si sconfina inavvertitamente in Slovenia e trovi le stesse vigne, la stessa cultura del vino anche se i disciplinari dovrebbero essere diversi. Avevo un desiderio, che era quello di andare a conoscere i vigneti attorno all’Abbazia di Rosazzo, un nome che mi ricordava una delle più buone bottiglie mai bevute in vita mia, una sera di (30?) anni fa a La Frasca di Castrocaro Terme (dubito che esista ancora). Così ho fatto e dalla restaurata abbazia ho abbracciato con lo sguardo i dolci declivi vitati (la sorpresa è stata trovare nel Collio tanti appezzamenti coltivati a ulivo, tanto è vero che vi si produce Ollio, un olio che non invidia nulla a produzioni più mediterranee).
Le mie reminiscenze mi hanno riportato più in basso, a Corno di Rosazzo, dai Collavini. In un viaggio di tanti (troppi) anni fa avevo conosciuto uno spumante prestigioso, produzione di punta dell’azienda. Si chiamava Applause e aveva un’etichetta rossa su cui era disegnata una ballerina stilizzata. Ne avevo comprato dei cartoni e me li facevo spedire a casa. L’ho ritrovata, la ballerina è tornata mia. Lì ho appreso che dopo un periodo di oblìo quella produzione è ripresa. La ballerina ha subito un lifting (il tempo passa per tutti) ma è sempre un bel vedere e soprattutto un bere da applausi!
Viste dall’alto
Ho citato l’Abbazia di Rosazzo, ma il Collio, e non solo, offre punti panoramici incomparabili da cui ammirare come sono tenuti i vigneti. Le terre si presentano come ricamate, dice qualcuno, per me è come se ci avessero passato un gigantesco pettine. Ecco, sembrano pettinate. A poche settimane o a pochi giorni dalle vendemmie le vigne erano perfettamente in ordine. In alcuni casi addirittura già preparate per l’inverno: tolti i tralci, dissodato il terreno tra i filari. Sono salito al Monte Quarin alla Madonna del Soccorso da cui si domina Cormòns. Poi alla chiesetta di Sant’Elena a Ruttars (Dolegna del Collio) da cui si ammirano i vigneti di Jermann, per scoprire che due giorni prima si era svolta la festa dei suonatori di campane del Goriziano. E ancora una bella vista, su una larga fetta della provincia di Udine, si gode dai resti di quel che era il Castello Frangipane a Tarcento.
Gemona emoziona
Quarant’anni giusti sono passati dal terremoto in Friuli. Mi sono accostato a Gemona, che non avevo mai visitato, con rispetto. Quasi impossibile riconoscere i segni dei guasti, tuttavia l’atmosfera suscita un certo timore reverenziale. Lo senti nell’aria. Poi ci pensano le riproduzioni fotografiche appese ovunque a farti emozionare. Una chiesa, un palazzo, una via come erano, come sono stati dopo il sisma, come sono tornati ad essere. La mostra “1976 Frammenti di memoria” è una visita imprescindibile per chi passa da queste parti. Propone un percorso altamente emotivo con le fotografie d’epoca – il prima, il dopo, la ricostruzione – con il lavoro dei volontari, il contributo degli alpini. Anche per capire come, ancora oggi, la gestione del post terremoto sia ricordata come esempio di serietà ed efficienza.

(1 – continua)

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