Ho letto “Lo scudetto rubato” di Francesco Bramardo e Gino Strippoli

Quando Gino Strippoli me ne ha parlato per la prima volta eravamo in tribuna stampa allo stadio Grande Torino per una delle tante partite poco piacevoli della nostra squadra. Non ricordo quale, ma facciamo che finì in un pareggio. Sollevare il tappeto del tempo adagiato su una storia tanto lontana mi sembrava un lavoro inutile. Invece Francesco e Gino quel tappeto l’hanno sollevato e sotto hanno trovato tanta rumenta. Qualcosa già si sapeva. I due arbitri di Cormons, Barbaresco e Toselli, e chi se li dimentica? Con il piglio del buon giornalista investigativo hanno ricostruito una delle pagine più brutte del nostro calcio, cercando e ascoltando protagonisti e testimoni dell’epoca. Per cui mi sono ricreduto. Lo scudetto “rubato” (ma queste virgolette proprio le toglierei, è rubato e basta) è un libro necessario. Per due motivi. Il secondo lo dirò alla fine. Il primo è che sulle vicende “strane” si può fare chiarezza anche dopo tanti anni ed è giusto farlo, anche per cose di poca importanza come un campionato di calcio (ma l’importanza delle cose è sempre soggettiva). Le vicende, per chi è del Toro, sono risapute. Nel campionato 1971-72 la squadra di Giagnoni fu vittima di grosse e palesi ingiustizie. Si stava giocando lo scudetto con la Juventus e il Milan, quando due partite – Sampdoria-Torino con il gol di Agroppi abbondantemente respinto oltre la linea da Lippi e poi non convalidato e Milan-Torino con un gol di Toschi annullato per carica al portiere quando ad ostacolare Cudicini fu il suo difensore Rosato – finirono in sconfitta laddove il risultato “sul campo” sarebbe stato un pareggio. Due punti mancanti che in classifica avrebbero significato scudetto al Toro. Il primo dopo Superga, in anticipo di quattro anni rispetto a quello vinto da Gigi Radice. Che cosa avrebbe significato quello scudetto? Difficile dirlo. Io penso che un presidente illuminato come Orfeo Pianelli avrebbe fatto nuovi investimenti per continuare a vincere e quello scudetto non sarebbe rimasto isolato ma si sarebbe agganciato a quello effettivo magari preceduto da un filotto di vittorie. Chi lo sa.
Francesco Bramardo e Gino Strippoli ascoltano i protagonisti dell’epoca: l’arbitro Enzo Barbaresco da Cormons (un nome che ho detestato per anni) alla fine si ravvede e ammette l’errore, mentre il doriano Lippi ancora oggi è tra quelli che preferiscono coprire le schifezze con il tappeto del tempo. Lo stesso Pianelli mantenne un contegno molto soft e non insistette nel portare avanti le proteste della società, in quanto la sua azienda riceveva gli appalti dalla Fiat. Doveva pur lavorare! E poi c’è il clima di connivenza, intimidazione, omertà che i due autori ricostruiscono molto bene, avvalendosi anche di un quid di fiction che a ben vedere risulta ottimamente integrato con la vicenda reale.
Il libro nelle intenzioni degli autori vuole essere anche un omaggio a quei calciatori che pur avendo militato per anni nel Toro, mettendoci cuore e anima, non sono mai arrivati a vincere uno scudetto: Fossati, Cereser, Agroppi, Rampanti, Ferrini. Quella era la loro occasione. In coda ci sono le schede delle partite e dei giocatori. Ritrovo così nomi di calciatori dimenticati, come Sandro Crivelli e Livio Luppi, ma poi anche Gianni Bui, Zecchini, Toschi, mentre Castellini, Mozzini, Pulici, Claudio Sala avrebbero poi vinto lo scudetto del 1976.
Il secondo motivo è che in questo libro ci sono dentro i miei vent’anni. E quel campionato l’ho interamente vissuto alla Compagnia Atleti del Centro Sportivo Esercito della Cecchignola. In quei 15 mesi alla caserma Silvano Abba sono transitati i miei coscritti Mozzini, Zaccarelli, Pulici e tanti altri. Ricordo un giovane della Primavera granata, Giuseppe Dezio, che proprio quell’estate fu ceduto alla Pro Vercelli e da lì in poi fece carriera in squadre minori, nonostante fosse un buon talento che aveva indossato le maglie delle nazionali giovanili. I calciatori si fermavano a Roma due-tre notti la settimana. Poi raggiungevano le rispettive squadre per le partite. Io, quando il Toro giocava in casa, se non ero impegnato in gare prendevo le 36 ore di permesso e tornavo a Torino. Dopo la partita ripartivo per Roma. Non c’era l’alta velocità e alle 6 del lunedì mattina dovevo scavalcare il cancello del centro sportivo e rimettermi in branda. Quell’estate 1971 noi dell’atletica eravamo in ritiro a La Thuile, mentre il Toro era al Milleluci di Aosta per preparare lo spumeggiante campionato che avrebbe fatto (il gioco era splendido, la squadra in salute fisica e morale avendo appena vinto la Coppa Italia). Ci si incontrava al Tesolin, noi sulla pista di atletica, loro nel campetto adiacente sotto lo sguardo vigile di Gustavo Giagnoni. Era una preparazione che definirei a “pane e salame” rispetto a quella che le squadre fanno oggi. Avevamo vent’anni. Bei tempi!

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Una risposta a Ho letto “Lo scudetto rubato” di Francesco Bramardo e Gino Strippoli

  1. Gino Strippoli scrive:

    Grazie. Gino Strippoli. Un abbraccio mio caro amico.

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