Ho letto “Il labirinto degli spiriti” di Carlo Ruiz Zafón

Dietro ogni uomo malvagio c’è sempre una donna peggiore. Si dice anche questo.
È il quarto e ultimo libro della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati. Mi aveva intrigato parecchio il primo L’ombra del Vento (2001) e mi ero perso i successivi, Il Gioco dell’Angelo (2008) e nel 2011 Il Prigioniero del Cielo. Sono storie legate tra loro e alcuni personaggi sono gli stessi dei libri precedenti, direi che i 4 romanzi sono interdipendenti ma si possono leggere anche non in sequenza. L’idea di un luogo occulto dedicato ai libri mi era parsa geniale, come conservare e preservare la memoria e la storia del mondo con un guardiano senza tempo. Al di sopra si svolge la storia, che più terrena non si può. Prende le mosse a Barcellona nel 1959, in pieno periodo franchista, con una giovane investigatrice al servizio di una non meglio definita polizia segreta. Abile nel travestimento e a districarsi in ogni situazione, a usare le armi, Alicia Gris è in realtà manovrata da un suo mentore, Leandro Montalvo, che l’ha istruita dopo averla salvata dai bassifondi della città catalana. Succube fino a un certo punto perché Alicia non vede l’ora di staccarsi da quell’ambiente e diventare una persona normale. Da Montalvo ottiene la promessa che questa sarà la sua ultima missione.
L’idea che mi sono fatto di Alicia Gris è che sia una via di mezzo tra la Nikita dell’omonimo film (1990) di Luc Besson e la Lisbeth Salander protagonista della fortunata serie di romanzi Millennium di Stieg Larsson continuata poi da Dvaid Lagercrantz. Solo che siamo qualche decennio prima e non esisteva ancora tanta tecnologia.
Il caso da risolvere è la scomparsa del ministro Mauricio Valls che aveva fatto carriera sulle torture e sui massacri degli antifranchisti quando era direttore del carcere di Montjuïc. Qualcuno evidentemente l’ha rapito, mezza Spagna vorrebbe fargli scontare i suoi misfatti, persino alcuni suoi ex amici. Dal suo superiore Alicia viene affiancata da un collaboratore di cui non sa quanto fidarsi. In effetti quello è un mondo di doppiogiochisti.
Ci sarebbero degli antefatti che riguardano l’infanzia di Alicia, ma è bene non svelarli, tanto più che si trovano già nelle prime pagine del romanzo. I libri c’entrano eccome perché quasi l’intera vicenda ruota attorno a due scrittori maledetti, David Martín e Víctor Mataix, e alla libreria della famiglia Sempere, filo conduttore di tutta la tetralogia. I componenti di questa famiglia, che vivono per i libri, sono come un faro luminoso in una Barcellona tetra, torbida e violenta. In più c’è Fermín, forse un omaggio dell’autore alla tradizione spagnola del gracioso. Personaggio dai dubbi natali e dalle mille peripezie, ex clochard e ora assistente nella libreria, Fermín diventa buon amico di Alicia, distilla battute e buon senso, le fornisce buoni consigli.
Amico roditore, uno dei vantaggi delle contese belliche è che da un giorno all’altro una schifezza ti sembra manna degli dei, e perfino una merda accortamente infilata su un bastone comincia a spargere un sensazionale bouquet da booulangerie parigina.
Sì, Il labirinto degi spiriti ha i suoi momenti di divertimento ma resta comunque una testimonianza della Spagna decadente, mai ripresasi dalla guerra civile, soggiogata dal franchismo qui rappresentato da loschi e pericolosi figuri, siano essi politici o poliziotti. Un finalino ci conduce invece al 1992, anno delle Olimpiadi di Barcellona.
Romanzo ricco di morti ammazzati e di sorprese a ogni pagina. Grande successo di vendite come le altre puntate del Cimitero dei libri dimenticati.
Il gioco di infiltrarsi è simile a quello della seduzione: chi chiede permesso ha perso prima di cominciare.

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