Ho letto “Il coltello” di Jo Nesbø

Funziona grazie a una lente di Fresnel che registra i raggi infrarossi emessi dal calore di animali, persone e quant’altro. Quando la temperatura cambia rispetto all’ambiente circostante la ripresa si avvia in automatico.
Harry Hole ha ricominciato a bere e passa da una tremenda sbornia ad un’altra. Non riesce a darsi pace di essere stato cacciato di casa dalla moglie Rakel dopo averle confessato, anzi non negato, una scappatella. Tuttavia è stato abbastanza lucido da installare un rilevatore di selvaggina sugli alberi proprio di fronte alla loro originale casa di tronchi. Questo perché entrambi hanno ricevuto minacce di morte da uno stupratore seriale, Svein Finne, dapprima condannato grazie all’indagine condotta da Hole, e poi tornato libero. In una puntata precedente della saga il biondo e dinoccolato poliziotto norvegese (è alto 1,93) aveva ucciso un suo figliastro.
Il rilevatore è un’arma a doppio taglio, perché inchioda Hole mentre si reca dalla moglie proprio nella notte in cui viene uccisa a coltellate. Quella sera era a sbronzarsi fino a perdere conoscenza con un collega nel solito pub e la mattina dopo quando si risveglia a casa propria si trova le mani e gli abiti imbrattati di sangue.
Non svelo nulla di particolare del dodicesimo giallo di Jo Nesbø, perché questo non è che l’incipit. Le seicento pagine restanti vedono Hole alla disperata ricerca di un assassino, posto che non sia stato lui a uccidere Rakel, moventi ne avrebbe più d’uno (gelosia?). Emblematico è il nome del bar dove beve e che era stato suo, Jealousy Bar. Resiste alla tentazione dell’alcol, perde la direzione delle indagini, anzi viene momentaneamente estromesso dalla polizia, quindi si deve arrangiare con i suoi metodi spicci e poco ortodossi. Prima deve scagionare se stesso, inizialmente con poca convinzione, poi si mette a caccia. Deve guardarsi attorno, ripercorrendo casi di cui si è occupato in passato, cerca tra i conoscenti chi può avercela avuta a morte con Rakel. O con lui. La stessa polizia gli stringe un cerchio attorno, gli indizi sono così evidenti… Confida solo su qualche amico e su alcune amanti o ex tali.
Harry passò davanti al municipio, percorse Stortingsgata, si fermò davanti al Nationaltheatret. Prese mentalmente nota di aver superato senza grossi problemi tre bar aperti e pieni della vita del sabato.
Come negli undici episodi precedenti Jo Nesbø ci porta a spasso per Oslo e dintorni, con una toponomastica precisa che solo chi è già stato da quelle parti può apprezzare. Così come è puntuale la colonna sonora che accompagna tutto il libro. È la musica punk rock che ascoltano Harry e i suoi amici, con una certa predilezione per i Ramones.
Il coltello ha una trama a se stante, meglio però sarebbe aver letto qualche capitolo precedente perché il  filo che lega tutta la serie è la vita privata di Harry Hole. In ogni caso è un ottovolante continuo di emozioni e di colpi di scena. Da metà volume in poi è impossibile staccarsi dalle pagine. Accade sempre così con i romanzi del giallista norvegese. Mi domando però se sia la necessità di arrivare al fondo per scoprire come va a finire o se è la voglia di fare in fretta per passare a leggere qualcosa di più pregnante.
E stretto tra i Rainmakers e i Ramones c’era il coltello che piaceva tanto a Rakel. La lama era impiastrata di qualcosa che poteva essere solo sangue.

Sete (2017) undicesimo della serie Harry Hole
Il pettirosso (2000) terzo della serie Harry Hole

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