Ho letto “Secondo natura” di W.G. Sebald

Al di sopra si leva, due le teste
e plurime le braccia, un’ibrida creatura,
pronta a colpire a morte il santo
con un osso mascellare.
Non già narrativa, né poesia. La parabola letteraria di Winfried Georg Sebald era iniziata nel 1988 con questo scritto. Un Poema degli elementi come lui stesso lo aveva definito. Usa dunque un genere letterario che mescola entrambe le forme di composizione. E anticipa i temi della sua futura prosa – purtroppo troncata anzitempo da una morte prematura – l’arte, il viaggio, la memoria.         Secondo natura si compone di tre poemetti. Il primo è dedicato a Matthias Grünewald, pittore tedesco vissuto a cavallo del 1500, noto per i quadri di ispirazione religiosa e soprattutto per la Pala di Issenheim, autentico capolavoro d’arte sacra conservato al Musée d’Unterlinden a Colmar, in Alsazia. Avessi avuto tra le mani questo scritto di Sebald quando anni fa ho ammirato il polittico a Colmar sarebbe stato meglio di cento audioguide. Purtroppo non conoscevo ancora Sebald che è stato un divulgatore eccezionale.
Così Grünewald descrisse,
usando tacito il pennello,
le urla, le grida, i gorgoglii
e i farfuglii d’una recita patologica,
alla quale, come ben sapeva, lui stesso e la sua arte
appartenevano.
Il secondo brano si incentra sul viaggio compiuto da Georg Wilhelm Steller, uno zoologo settecentesco che partecipò alla spedizione del danese Vitus Bering, voluta dagli zar, che portò alla scoperta dell’Alaska e dello stretto che ne porta il nome. Steller redasse un diario di viaggio fondamentale per lo studio di quei luoghi.
Voli infiniti
di striduli uccelli, che
passavano rasentando l’acqua
e da lontano evocavano isole
natanti. Balene eseguivano
il periplo della nave e
ai quattro venti spruzzavano
zampilli, alti nell’aria.
Sebald non inventa nulla: dà forma di poema a fatti già noti. Così come Steller raccontò l’epopea di Bering, poi morto e inumato nella stessa inospitale terra che aveva contribuito a scoprire, altrettanto Sebald narra la tragica fine di Steller, ammalatosi proprio alla vigilia del ritorno in patria dopo sei anni trascorsi a descrivere specie animali e vegetali.
…il morto
sognava ancora il mammut
al pascolo oltre il fiume;
finché nella notte non venne qualcuno
e si portò via il suo mantello
e lo lasciò disteso nella neve
come una volpe abbattuta.
Infine Sebald dà spazio alle memorie di famiglia con la terza parte del poema. Dapprima i nonni, poi i genitori sotto le bombe della guerra, partendo dalle foto di famiglia, e poi se stesso.
La mamma, con il mantello aperto,
d’una spensieratezza che
avrebbe poi perduto; mio padre,
un poco a lato, le mani in tasca,
anche lui, sembra, senza affanno.
Lo scrittore tedesco ci lascia con il suo arrivo in Inghilterra dove avrebbe vissuto e insegnato, a Manchester e a Norfolk e ai suoi vagabondaggi per l’Europa e agli interrogativi esistenziali che hanno prodotto opere come Gli anelli di Saturno, Vertigini, Storia naturale della distruzione, Il passeggiatore solitario, Le Alpi nel mare, Soggiorno in una casa di campagna. E questi bellissimi versi:
Ciò che è morto,
morto resta. Dall’amore
scende la vita. Non so,
chi mi parla, che cosa? come?
dove o quando? Non è dunque
nulla l’amore? Oppure tutto?
Acqua? Fuoco? Bene?
Male? Vita? Morte?

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